WILLEM DAFOE IL MIGLIOR VAN GOGH: PECCATO CHE PARLI INGLESE. NEMES FA IL “NUCHISTA” A OLTRANZA, GIBSON LO SBIRRO FURENTE

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (8)

Mi sbaglierò, ma in “At Eternity’s Gate” l’eclettico Julian Schnabel prende in prestito la vita di Vincent Van Gogh per parlare in buona misura di sé. E quindi dei dilemmi legati alla natura dell’arte, al rapporto con Dio, alla forza della pittura, alla rottura degli schemi, alla solitudine dei geni. Non che sia un brutto film, se non altro dura “solo” 111 minuti in questo concorso veneziano che ama le pezzature lunghe se non lunghissime; e bisogna riconoscere che Willem Dafoe è uno dei migliori Van Gogh che siano visto finora sul grande schermo, fisicamente più credibile di Kirk Douglas e Tim Roth, di Jacques Dutronc e Martin Scorsese, solo per citarne quattro tra i tanti. Suona strano, però, che parli inglese, almeno nella versione originale, e tutti i francesi gli rispondono senza battere ciglio, dalle locandiere ai poliziotti.
“Quando guardo un paesaggio piatto vedo l’eternità” sospira il grande olandese in una delle prime scene. Sceso ad Arles, nel sud della Francia, in cerca di sole e luce dopo tanta nebbia, il pittore fatica a integrarsi nel paesino. Viene visto come un eccentrico, diciamo pure un “matto”, e quando si mozza con un rasoio l’orecchio sinistro, forse per richiamare l’attenzione dell’amico Paul Gauguin, finisce pure nel manicomio di Saint Rémy.
“At Eternity’s Gate”, che uscirà in Italia con Lucky Red, non è una biografia classica, Schnabel un po’ inventa e un po’ divaga, pedinando nervosamente l’inquieto pittore, descritto con pipa, cappellone di paglia e cavalletto in spalla, mentre, errabondo, se ne va in cerca dei suoi girasoli, all’inizio piuttosto appassiti. “Sono circondato da uno spirito funesto” confessa Van Gogh, e certo, annunciato da cupe note di pianoforte, il destino non gli sarà amico: muore il 29 luglio 1890 a soli 37 anni, ucciso da un colpo di pistola all’addome, nel buen retiro di Auvers-sur-Oise. Suicidio, si disse; ma in realtà Schnabel sposa la tesi dell’omicidio colposo, perpetrato da due ragazzi armati, uno dei quali vestito da Buffalo Bill.
Il film, sfidando le regole, mostra l’estro febbricitante del grande pittore nell’atto di creare le celebri tele, “con gesto netto”, nervoso, nell’addensarsi quasi materico dei colori. Il giallo prediletto e liberatorio risalta, sullo schermo, nel confronto con le tinte livide dei corpi e delle stanze, quasi a ribadire la forza universale di una visione “fondamentalmente ottimista” della vita e dell’arte. Figlio di un pastore protestante, Van Gogh cerca nell’osservazione della natura una sorta di illuminazione divina, anche se il prete che lo interroga in manicomio (la sequenza più riuscita) non riesce proprio a capire la bellezza della sua pittura.
Fitto di partecipazioni illustri, da Oscar Isaac a Mads Mikkelsen, da Emmanuelle Seigner a Mathieu Amalric, “At Eternity’s Gate” riaccende un faro sulla vita e l’opera di un artista che tutti crediamo di conoscere. Fresco è il successo, nelle sale italiane, del film d’animazione “Loving Vincent” e del documentario “Van Gogh – Tra il grano e il cielo”; a quanto pare la “vangoghite” è meravigliosamente contagiosa.
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Va indietro nel tempo, ma un po’ meno, anche l’ungherese László Nemes con “Napszállta”, che significa più o meno “Tramonto”: di un’epoca, di un mondo, di una cultura, di un impero. Il suo cinema è complesso, arduo, artificioso, diciamo pure molto da mal di testa per l’uso nervoso della cinepresa sempre incollata alla nuca dei suoi personaggi, a restituire una visione parziale dell’insieme, quasi “in soggettiva”. Se la radicale scelta estetica funzionava nel controverso “Il figlio di Saul” sui campi di sterminio nazisti, nel nuovo film, in concorso a Venezia, si giustifica un po’ meno.
D’altro canto anche qui c’è poco da stare allegri, nonostante gli iniziali colori pastello. Nella sontuosa Budapest del 1913 torna da Trieste la giovane modista Irisz Leiter, decisa a farsi assumere nella prestigiosa cappelleria che fu dei suoi genitori, periti in un misterioso incendio anni prima. La giovane donna sfodera talento e bellezza, ma il nuovo proprietario, ben ammanicato con gli austriaci, non la vuole e la rimette sul primo treno. Irisz non demorde, e anzi, scoperto di avere un fratello di cui ignorava l’esistenza, si ritrova immersa in una congiura ordita da una cupa setta di rivoluzionari bombaroli che ha preso di mira proprio il famoso, ancorché ambiguo, atelier frequentato da alti papaveri dell’impero austro-ungarico.
“Dietro quell’infinita bellezza si cela l’orrore del mondo” sentiamo dire in una battuta; ancora pochi mesi a scoppierà la Prima guerra mondiale, e a quel punto Irisz, scampata alla resa dei conti, dovrà curare ben altre ferite nelle trincee immerse nel fango e nel sangue.
Lo spettatore si muove come in un labirinto, esattamente come capita alla protagonista della storia, incarnata dalla fiera e imperturbabile Juli Jacab. Il film è elegante, sempre allusivo, l’aria del tempo è ricostruita con cura; e tuttavia 142 minuti sono tanti, troppi, e ogni tanto verrebbe voglia di chiedere la regista: facci capire che sta succedendo.
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Si capisce tutto benissimo in “Dragged Across Concrete”, suppergiù “Trascinato sul cemento” (o forse meglio “sull’asfalto”), il torrenziale poliziesco di S. Craig Zahler passato fuori concorso. Anche qui una sforbiciata non guasterebbe: due ore e quaranta minuti sono un’infinità, pure nella logica drammaturgica cara al regista-musicista, che cita, tra i modelli ispiratori, “Il principe della città” e “Piombo rovente”.
Due sbirri ben affiatati ma un po’ maneschi vengono sospesi dal servizio per sei settimane a causa di un video che li ha ripresi mentre torchiano uno spacciatore di droga messicano. Brett Ridgeman e Anthony Lurasetti non sono per nulla razzisti, ma nell’epoca del politicamente corretto meglio toglierli per un po’ dal giro. Che fare in attesa di recuperare il distintivo? Il sessantenne Ridgeman ha una moglie gravemente malata di sclerosi e una figlia adolescente ripetutamente minacciata per strada da bulletti neri. Lo stipendio non basta più, così il poliziotto amareggiato coinvolge il collega riluttante in un’operazione sporca: rapinare un rapinatore di banche. Ma tutto, strada facendo, s’incasinerà.
Zahler intreccia destini e personaggi secondo un canone non nuovo nel ramo “buddy-buddy”, ma sempre stuzzicante. Dialoghi a ruota libera (non “alla Tarantino”), digressioni familiari, appostamenti notturni, tormentoni verbali, battute irriverenti, infine il sanguinario showdown dagli esiti imprevedibili. Mel Gibson e Vince Vaughn si divertono a incarnare i due sbirri che saltano il fosso; ma tutto il film si fa vedere volentieri, anche per il cinismo a fior di pelle che l’attraversa.

Michele Anselmi

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