VON DONNERSMARCK: 3 ORE VAN VIA VELOCI. NON DITE POLPETTONE. DAL MESSICO UNA QUASI AMANDA KNOX, DAGLI USA LA CANTONATA

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (9)

Sento già rimbalzare tra le parole e i tasti, a proposito di “Werk ohne Autor”, cioè “Opera senza autore”, la nota formuletta critica che ucciderebbe chiunque ai festival: “polpettone”. Io credo, invece, che tale non sia il nuovo film del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, il regista dello straordinario “Le vite degli altri” e dell’invedibile “The Tourist”. D’accordo, ci sono dentro quarant’anni di storia tedesca, e nel corso delle tre ore di proiezione, ma una volta tanto io non ho guardato l’orologio, assistiamo a eventi di ogni tipo, tra cliniche naziste dedite a eliminare “mongoloidi, storpi e matti”, amori che sbocciano contro tutto e tutti, fanatici ginecologi hitleriani che si riciclano con l’arrivo dei sovietici, fughe nella Germania Ovest un attimo prima che sorga il Muro.
Citando Elia Kazan, il cineasta tedesco scrive: “Il talento dei geni è la crosta sulle ferite ricevute nella loro infanzia”. Suona bene, anche se non so quanto sia vero. Ma così la pensa “Opera senza autore”, che uscirà in Italia con 01-Raicinema.
Si comincia a Dresda nel 1937, con il piccolo Kurt Barnert accompagnato dalla giovane zia eccentrica e disinibita a una mostra “d’arte degenerata”, almeno secondo la zelante guida nazista. Eppure le tele di Kandinskij o le caricature di Grosz piacciono al laconico ragazzino, un po’ invaghito di quella donna che si mostra a lui tranquillamente nuda mentre suona il piano. Fatto sta che la poveretta, considerata mentalmente instabile, finisce nel protocollo nazista di sterilizzazione “per la difesa della razza”: a spedirla verso la morte, con un tratto di matita rossa, è un pomposo ginecologo che di cognome fa Seeband.
E proprio Seeband, sopravvissuto al tracollo nazista e scaltro nel farsi amico un alto ufficiale sovietico, sarà l’uomo con il quale l’ormai cresciutello Kurt, senza nulla sapere degli orribili trascorsi hitleriani, dovrà fare i conti una volta che s’innamora, riamato, della dolce Ellie, unica figlia del medico.
Solo con l’aiuto di didascalie che inquadrano il mutare dei luoghi e lo scorrere del tempo, il film fa del rapporto sentimentale tra i due amanti il fulcro e lo specchio di un racconto a forti tinte incentrato sui dilemmi dell’arte: di volta in volta serva o nemica del potere politico, decadente o socialista, superata o concettuale.
Von Donnersmarck, classe 1973, applica alla torrenziale scorribanda nei traumi non poi così remoti del proprio Paese uno stile disteso e tradizionale, ma non convenzionale, a tratti audace sul piano erotico, capace di unire percorsi personali e passaggi storici, mai perdendo di vista le attese dello spettatore, anche la legittima curiosità chi vuol sapere come andrà a finire. Kurt riuscirà a elaborare un’arte tutta sua che trae linfa dalla memoria e ripudia le modalità di una certa avanguardia occidentale? Kellie avrà finalmente il figlio che il padre, operandola, le impedì di avere? Il torvo professor Seeband resterà per sempre impunito?
Tom Schilling, Paula Beer e Sebastian Koch incarnano i tre personaggi con piglio sicuro, anche romanzesco, ma senza farne dei simboli. Mentre attorno ad essi la vicenda corale si nutre di riferimenti artistici azzeccati e cine-citazioni pertinenti (a Düsseldorf, Germania Ovest, nel 1961 danno “Psyco”).
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Sospetto che anche il messicano “Acusada”, secondo titolo in concorso della giornata, sarà trattato con una certa aria di sufficienza, magari ritenuto “non da festival”. A me sembra invece che il regista argentino Gonzalo Tobal, classe 1981, colga in buona misura nel segno. In chiave di film processuale all’americana, tra udienze e interrogatori, pure iniettando nella storia una fertile ambiguità, racconta i giorni tormentati di una ragazza messicana, la bella e impenetrabile Dolores, accusata di aver ucciso per vendetta, a causa di un video pornografico che la ritraeva diffuso in rete, l’amica più cara. Reclusa in casa ma con qualche licenza sessuale, protetta a vista dai genitori che si sono indebitati fino al collo per pagare l’avvocato più bravo, Dolores è raffigurata come una sorta di Amanda Knox, e vai a sapere quanto il riferimento sia voluto. La domanda di fondo è la solita: vittima o manipolatrice?
Il film, racchiuso nella misura aurea di 108 minuti, non è banale: confonde al punto giusto lo spettatore lasciandolo libero di formarsi un’opinione sulla colpevolezza o meno della fanciulla, non moraleggia sulle nuove forme di comunicazione ed esposizione mediatica, azzecca qualche affondo simbolico come quel puma invisibile in giro per la città, ma soprattutto trova in Lali Espósito una protagonista perfetta, non solo per venustà e presenza di scena. Un premio all’attrice, a pensarci bene, non guasterebbe.
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“Vox Lux” è invece da rubricare alla voce “cantonata”, la seconda finora in gara, di nuovo made in Usa. Scritto e diretto dall’attore Brady Corbet, il film è un’ambiziosa metafora a sfondo musicale sul potere malsano dei media e la natura inafferrabile del successo. Nel 1999, a New Brighton, l’adolescente Celeste sopravvive per miracolo a una strage in un liceo commessa da un adolescente armato di mitraglietta. Alla commemorazione invece di leggere un discorso canta una canzone composta con l’aiuto della sorella alla tastiera, e quel brano, destinato a restare lì, la lancia a sorpresa nel mondo fantasmagorico del pop.
Seguono sedute di registrazione, marketing agguerrito, prime manie divistiche, pure la caduta delle Torri Gemelle. Nel 2017, ora con le fattezze di Natalie Portman e non più di Raffey Cassidy, Celeste è un mix di Madonna e Lady Gaga. Scostante e viziata, la popstar prova a fare pace con la figlia avuta da giovanissima, e intanto dà di matto con tutti, anche col manager fedele negli anni. Non bastasse un gruppo di terroristi, nella lontana Croazia, ha sparato sui bagnati indossando maschere luccicanti prese da un video di Celeste intitolato “Hologram”. Insomma il cerchio si chiude, mentre New Brighton si prepara a riaccogliere la celebrità locale in un delirio di fari e grida.
Diviso in due atti più un epilogo, “Vox Lux” è una scempiaggine “arty” che Natalie Portman e Jude Law (lui fa il manager) hanno pure coprodotto. Chiacchiere a ruota libera, recitazione sopra le righe, una coda interminabile in forma di concerto, soprattutto la pretesa di dire cose imprescindibili su come sia marcio il mondo dalle parti dell’Impero americano. Fischi, ragionati e ragionevoli, alla prima per la stampa.

Michele Anselmi

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