SOPRAVVIVERE ALLA STRAGE DI UTØYA. GREENGRASS RISPETTOSO. LE CORNA DOLENTI DI REYGADAS, IL “CIAO COME STO?” DI VALERIA

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (10)

Il titolo porta solo una data: “22 July”. Trattasi del 22 luglio 2011, quando il 32enne estremista dell’ultradestra norvegese Anders Behring Breivik, uno che si credeva un Templare, uccise a freddo 77 persone e ne ferì oltre 300: prima facendo scoppiare una bomba a Oslo a un passo dagli uffici del premier laburista; due ore dopo, travestito da poliziotto, sterminando decine di ragazzi indifesi in campeggio sull’isola di Utøya.
Prodotto da Netflix, che lo manderà in onda ai primi di ottobre, “22 July” è firmato dall’inglese Paul Greengrass, ormai specializzato in storie d’azione legati a fatti realmente accaduti, sulla base di un libro di Asne Seierstad, “Uno di noi”, incentrato sulle vicende personali di un sopravvissuto alla strage.
Probabilmente 142 minuti sono troppi, ma non sorprende in questa Mostra dalle pezzature lunghe o lunghissime; e di sicuro il regista di “Captain Phillips” è uno che sa maneggiare materiali delicati, unendo le regole della tensione spettacolare all’indagine psicologica sugli effetti di traumi e attentati.
È il giovane Viljar, centrato da proiettili all’occhio destro, a un braccio e a una gamba, il “miracolato” al quale il film affida il compito di cucire insieme la ricostruzione degli eventi tragici e il successivo processo che portò alla condanna all’ergastolo del terrorista pronto a uccidere “marxisti, liberali, figli dell’élite” per rivendicare “la fine dell’immigrazione e del multiculturalismo”.
Il film ricrea con stile secco, rapido, l’impressionante carneficina, per concentrarsi più distesamente sul “dopo”: c’è Viljar appunto, descritto nel suo doloroso ritorno alla vita in attesa di deporre in tribunale contro il killer fascista; c’è la sua famiglia, indecisa sul da farsi (la madre è sindaca di una cittadina in mezzo ai ghiacci); c’è l’avvocato di Breivik, un democratico costretto a difendere il “mostro” mentre al suo telefono fioccano le minacce; c’è il premier socialista Jens Stoltenberg che si scusa riconoscendo le falle della polizia e dei servizi.
Onesto, severo, non retorico, interpretato da bravi attori norvegesi purtroppo costretti a recitare in inglese, “22 July” non sfigura in questo concorso aperto ai cosiddetti generi e sensibile ai gusti del pubblico popolare. Probabile che Netflix lo faccia uscire anche al cinema. Meriterebbe.
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Difficile che esca nelle sale italiane, invece, l’altro titolo in gara della giornata, il messicano “Nuestro tiempo” di Carlos Reygadas. Beniamo dei cinefili che infatti molto l’hanno applaudito, il regista si ritaglia anche il ruolo del protagonista in questo strano film dai risvolti forse autobiografici, lungo ben 172 minuti, di non sempre facile decifrazione. Sarà perché è il classico film “da festival”, cioè con andamento lento e digressione varie.
Dopo un estenuante prologo con ragazzi e adolescenti che giocano in un fiume di fango, si arriva al sodo, ovvero alle tribolazioni di un ranchero-poeta, Juan, cioè Reygadas, alle prese con le “scappatelle” sessuali inflittegli dalla bella moglie Esther, madre dei suoi quattro figli. Mentre i tori da combattimento intrecciano le loro corna sui pascoli, altre corna, diciamo metaforiche, spuntano sulla testa dell’abbacchiato Juan; il quale, pare di capire, non sa più gestire il gioco erotico da lui stesso congegnato per salvare il matrimonio periclitante.
Infatti era stato lui a spedire la moglie insoddisfatta tra le braccia di Phil, un gringo allevatore di cavalli sensibile alle curve della donna; ma ora Esther sembra non più intenzionata a sopportare la gelosia soffocante del marito: sfugge, mente, si ammala, si nega alle avance di Juan, pur continuando a chiamarlo “amor”.
Presto il ritratto quasi fenomenologico, anche molto crudo, della vita da ranch lascia il campo a una schermaglia amorosa di tipo borghese, benché tutti siano vestiti da cowboy, con tanto di stivali e cappelloni. Magari sarebbero piaciuto a Sam Shepard queste scorticate “scene da un matrimonio” d’ambientazione para-western, e certo Reygadas non si nega nulla, anche nella rappresentazione osé delle voglie erotiche rivendicate della donna, incarnata dalla notevole Natalia López.
Il titolo pare un po’ presuntuoso rispetto alla sostanza della faccenda, ma non è il caso di sottilizzare. Tra impulsi guardoni e confessioni ultraromantiche, il film spiazza, spesso annoia, ma alla fine prende pure. Uno dei tori nell’epilogo muore rovinosamente; e vai a sapere a quali dei due uomini alluda Reygadas, sempre che alluda.
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È prerogativa dei grandi autori rifare un po’ sempre lo stesso film, sia pure con sfumature diverse. Purtroppo Valeria Bruni Tedeschi non appartiene alla categoria, anche se si ostina a misurarsi con la regia. Così eccola alla Mostra col suo quarto lungometraggio, “Les Estivants”, che uscirà targato Lucky Red col titolo “I villeggianti”. Non è facile capire perché il direttore Barbera l’abbia preso tra i fuori concorso, ma un motivo ci sarà di sicuro.
Di nuovo impegnata nel ritratto della propria famiglia facoltosa e sfibrata, la brava attrice dichiara subito un certo autobiografismo nel trasformarsi in Anna, la protagonista. In procinto di divorziare dal marito ancora amato mentre c’è da finire la sceneggiatura del nuovo film da dirigere, la quarantenne bella e vulnerabile raggiunge madre, sorella, zia e amici in una sontuosa villa sulla Costa Azzurra. Lì da vent’anni Anna trascorre la villeggiatura, perlopiù in compagnia delle stesse persone.
Echi di Goldoni, Cechov e Gorkij, a essere alquanto generosi, si saldano alla chiacchiera frescona di quei villeggianti sepolti, parola della regista, “in un posto senza tempo e lontano dal resto del mondo”. Meschinità, rivalse, il fantasma del fratello morto che si aggira tra i presenti, le cene dei padroni e della servitù, il concerto con arie del “Flauto magico”, Rossini per dare una spruzzata di opera buffa, un finale felliniano nella nebbia di un set, una frase di Botho Strauss in esergo. Arriva, immancabile, anche la cantatina stonata al pianoforte con “Ma che freddo fa” di Nada.
“La differenza tra commedia e dramma? Una commedia la interrompi al punto giusto, noi no” sentiamo dire a un certo punto. Battuta rischiosa. Il tutto dura, non si capisce perché, quasi due ore. Coinvolti nell’impresa gli amici italiani Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, i francesi Pierre Arditi e Noémie Lyovsky, s’intende la madre Marisa Borini e la figlia adottata Oumy Bruni Garrel. Per la serie: “Ciao come sto?”.

Michele Anselmi

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