PER ANDÒ IL CINEMA MODIFICA LA REALTÀ (GRAZIE A CARAVAGGIO). SCHOELLER DECAPITA LUIGI XVI, TSUKAMOTO SANGUINA DI SUO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (13)

Sostiene Roberto Andò, il regista di “Una storia senza nome”, film italiano fuori concorso alla 75ª Mostra: “Mi piace pensare che il cinema possa provocare effetti concreti, non innocui, sulla realtà”. Gli piace pensarlo, ma non accade mai, e forse è giusto che sia così: guai a sopravvalutare il mezzo. Però è anche vero che il regista siciliano, dopo il meditabondo “Le confessioni”, un po’ scherza sulla materia, firmando una commedia meta-cinematografica, tra giallo e politica, dalle dichiarate coloriture ironiche, paradossali, giocose.
Perché quel titolo? “Nel cinema le cose importanti sono quelle che non si dicono” sentenzia nell’incipit uno dei personaggi, cioè lo sceneggiatore Alessandro Pes. A corto di idee da anni, preso solo dalle femmine e dagli agi, Pes paga sottobanco la segretaria Valeria perché gli scriva i copioni che rifila allo spazientito produttore Vitelli come fossero suoi. A Valeria piace fare la “ghost writer”, insomma l’ombra dello scrittore famoso che un tempo la sedusse. Solo che c’è un contratto da onorare con una certa urgenza e nessuno sa cosa fare. Finché un enigmatico uomo barbuto, forse un poliziotto in pensione, non suggerisce a Valeria una storia avvincente che parte dall’omicidio di un noto critico d’arte e porta al trafugamento di una preziosa tela di Caravaggio, “La Natività”, avvenuto a Palermo nell’ottobre del 1969.
Fu la mafia a commissionare il furto di quel quadro mai recuperato, tra leggende e congetture, frammenti lacunosi e sprazzi di verità; cinquant’anni dopo, alla notizia che si farà un film su quel caso irrisolto, tutto si rimette in moto, con esiti inattesi, e una pista sembra portare addirittura a Palazzo Chigi.
Andò, coadiuvato alla scrittura da Angelo Pasquini e Giacomo Bendotti, parla di “Una storia senza nome” come di “un atto fantastico”: solo così, spiega, ci si può avvicinare alla verità nel Paese dei depistaggi e dei misteri. L’idea è curiosa, e certo il film, prodotto da Angelo Barbagallo e Raicinema, non risparmia colpi di scena nell’arco di 110 minuti. Purtroppo lo stile appare a tratti poco sorvegliato, il tono inclina alla caricatura, il ritratto d’ambiente suona un po’ prevedibile. Andò dovrebbe sapere che “il cinema sul cinema” è materia rischiosa. Basta poco per esagerare nel gioco del “doppio”, della citazione allusiva, della strizzatina d’occhio. Come quando Pes, torturato dai mafiosi perché riveli ciò che ovviamente non sa, avendo scritto Valeria il copione, risponde eroicamente alle sberle con le battute prese da “Il generale Della Rovere” e da “La Grande Guerra”. Ma ci sono riferimenti anche a “Viale del tramonto”, più un assaggio di “Amleto”, una battuta su Lars von Trier e una canzone di Dalla.
Naturalmente è Valeria, incarnata da Micaela Ramazzotti, l’eroina della vicenda, la giovane donna sulle prime remissiva e irrisolta che via via, mentre le trame si precisano grazie alla sua sceneggiatura, riesce ad emanciparsi da quel ruolo subordinato, appunto nell’ombra. Renato Carpentieri, Laura Morante, Alessandro Gassmann e Antonio Catania, nei panni rispettivamente del premuroso suggeritore, della madre-tiranna, di Pes e del produttore, si intonano al registro allegrotto, quasi da opera buffa, scelto da Andò, mentre il polacco Jerzy Skolimowski spunta a sorpresa nel ruolo del vecchio regista straniero, forse gay e s’intende di culto, ingaggiato per girare il film nel film.
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Se Mario Martone parla di “rivoluzione dolce” in merito al suo “Capri-Revolution”, il francese Pierre Schoeller non esita invece a mostrare con cura la testa mozzata di Luigi XVI nell’epilogo del suo “Un Peuple et son Roi”, sempre fuori concorso. “Volevo mostrare un popolo attivo, un popolo che inventa un destino, discute, spera, si mobilita” spiega il regista, che qualcuno ricorderà per il notevole “Il ministro – L’esercizio dello Stato”.
Quattro anni cruciali, dalla presa della Bastiglia (14 luglio 1789) all’esecuzione del sovrano per ghigliottina (21 gennaio 1793), sono ricreati con piglio vagamente brechtiano, partendo dalle vicende umane di una piccola comunità di proletari, uomini e donne uniti dal sogno rivoluzionario. La piccola storia e la grande storia si saldano nella prospettiva di Schoeller, sicché l’amore inatteso tra la fiera lavandaia Françoise e il ladruncolo redento Basile si rispecchia nei massacri per le strade di Parigi, nelle tumultuose riunioni della Convenzione nazionale, nei discorsi furenti di Marat, Danton, Saint-Just e Robespierre.
“Dal caos sono uscite grandi cose” teorizza il maestro vetraio incarnato dal sempre bravo Olivier Gourmet. Sarà vero? In ogni caso, in attesa che la Costituzione francese prenda vita sullo schermo, seguiamo il rassegnato destino di quel sovrano grasso e vinto, l’odiato Capeto, che non tutti i deputati però vorrebbero sul patibolo (“Meglio un re marcio che un nuovo tiranno”).
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Il sangue copioso che cola dalla testa tagliata di Luigi XVI è però niente in confronto alla pioggia vermiglia spruzzata sul pubblico dal giapponese Shinya Tsukamoto. Il suo “Zan”, ultimo titolo del concorso, dura solo 80 minuti, ma sembra non finire mai.
Beniamino indiscusso dei cinefili veneziani, lesti a ripagarlo con applausi torrenziali al solo apparire del suo nome, Tsukamoto ambienta la sua storia di samurai nel Giappone del 1854. Si profila una feroce guerra civile in buona misura provocata dalle mire commerciali degli Stati Uniti attraverso le famigerate “navi nere” del Commodoro Perry.
Un giovane “ronin”, cioè un guerriero senza padrone, sopravvive facendo il contadino e istruendo all’uso della spada un cretino che lo mitizza. Un vecchio “ronin”, dai modi gentili ma implacabile nell’uccidere, assolda il collega per partire alla volta di Edo, dove i samurai cercano ingaggi e riscossa. Ma l’arrivo alla fattoria di un gruppo di predoni affamati e stupratori, “ronin” pure loro, innesca uno showdown feroce durante il quale emergeranno i peggiori istinti umani.
L’immagine di una spada affilata nelle mani di un samurai senza volto racchiude il senso del film, che parte tranquillo, anche con belle immagini rurali, per poi trasformarsi in una sorta di sabba horror, tra arti mozzati e urla scomposte, alla maniera tipica di Tsukamoto. Ci sarà sicuramente di mezzo una metafora, io però non l’ho capita.

Michele Anselmi

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