Ritorno al bosco dei 100 acri. La magia dell’infanzia come ancora di salvezza

I titoli di testa di Ritorno al bosco dei 100 acri si animano con un grazioso abbozzo disegnato a matita: il famoso logo del castello Disney promette un’esperienza filmica artigianale creata per soddisfare le specifiche esigenze di milioni di persone. L’immagine finale dei titoli di coda è il brillante edificio del moderno autografo della fabbrica dei sogni, tutto finzione e lucentezza artificiale. Questo è l’impero creato da Mr. Walt così come lo conosciamo oggi: un monolite destinato al divertimento familiare. Quando la Mouse House annunciò il lancio imminente di un film live-action il cui protagonista, Chrstopher Robin, bambino amico di Winnie the Pooh, divenuto adulto e responsabile, si dimentica dei sogni e dei giochi d’infanzia, fu naturale paragonarlo a Hook – Capitan Uncino, opera simbolo dell’innocenza perduta nella maturità. Per fortuna le somiglianze tra il racconto di Spielberg e Ritorno al bosco dei 100 acri non si estendono al di là delle premesse. Il film di Marc Forster è una fiaba stratificata, stravagante e colma di meraviglia. La storia affonda le sue radici in un’atmosfera malinconica che racchiude un messaggio progressista. Palpitante di cuore e anima, la pellicola ha qualcosa da offrire al pubblico di tutte le età.
Un ragazzo cresciuto nella campagna del Sussex, Christopher Robin, trascorre le sue giornate giocando nel Bosco dei Cento Acri insieme ai suoi amici: l’orsetto ghiotto di miele Winnie the Pooh, Tigro, la tigre saltellante, l’asinello pessimista Ih-Oh, il pavido maialino Pimpi, il coniglio Tappo, mamma canguro Kanga e il suo piccolo Ro e il gufo Uffa. C’è sempre un giorno più d’avventura triste degli altri: Christopher è costretto ad abbandonare i suoi compagni per frequentare il collegio. Nel corso degli anni a venire affronterà sorti avverse – che si tratti della morte del padre o dell’arruolamento nelle truppe militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Crescendo metterà su famiglia e troverà un lavoro faticoso, ma onesto. Quando i sogni della giovinezza saranno un ricordo lontano, Robin, capo chino tra mille scartoffie, poco alla volta si allontanerà da ogni svago. Allo stesso tempo trascurerà la vita domestica e i suoi affetti: una moglie e una figlia cresciuta troppo in fretta.
Ritorno al bosco dei 100 acri racconta una storia in grado di parlare ad adulti e bambini. Come attraverso l’armadio guardaroba che porta a Narnia, l’orsetto Pooh passa attraverso l’incavo di un albero e appare a Londra per risvegliare l’animo fanciullo di Chrisopher.
L’orso si rivela un re filosofo con un improbabile talento per gli epigrammi. ”La gente dice che nulla è impossibile, ma io faccio nulla tutto il giorno”, è un tipico esempio della saggezza di Pooh e del suo amore per il paradosso. Se Ewan McGregor, in forma smagliante, assicura il tifo per un Robin con qualche ruga in più, è l’orso il vero protagonista della storia. Il film avviluppa lo spettatore in una calda coperta. Stiracchiandosi pigramente pare di condividere del tempo con un vecchio amico. Ritorno al bosco dei 100 acri è forse il miglior film per famiglie di questi ultimi mesi. Una pellicola dolce e facile da condividere con chi si ama.

Chiara Roggino

Lascia un commento