La profezia dell’armadillo. Vivere e sopravvivere a Rebibbia

Nella prefazione alla vecchia edizione del graphic novel di debutto di Zerocalcare per Bao Publishing, Makkox parla della straordinaria capacità di Michele Rech di creare singole scene dagli effetti comici che danno vita ad un insieme che, al contrario, suscita nel lettore un profondo senso di disagio e di inadeguatezza. In effetti, uno dei maggiori pregi di La profezia dell’armadillo consiste proprio in questo andirivieni dei sentimenti, nel polpo alla gola provocato dalla rievocazione di eventi trascorsi, su cui viene gettata una luce differente in virtù di una nuova consapevolezza nei loro confronti. Per questo motivo, oltre che per l’inevitabile traslazione mediale dal fumetto al live action, la curiosità attorno al film era assai elevata.
Zero è un ragazzo che vive a Rebibbia e che si arrabatta come può dando ripetizioni, lavorando come disegnatore e cronometrando le file dei check-in all’aeroporto. Una volta tornato a casa, lo aspetta la sua coscienza critica, un armadillo che, con conversazioni al limite del paradossale, lo aggiorna costantemente su cosa succede nel mondo. A tenergli compagnia è l’amico d’infanzia Secco. La vita dei due ragazzi subirà un cambiamento alla notizia della morte di Camille, compagna di scuola nonché suo amore adolescenziale mai dichiarato. L’immaginario di Zerocalcare è fatto di plum-cake, centri sociali, band musicali punk, di una Rebibbia che custodisce lo scheletro di un mammuth, enorme quanto le responsabilità percepite dai trentenni di oggi, una generazione che al contrario delle precedenti, non ha in mano le chiavi della propria vita. Roma è, ovviamente, il contenitore perfetto per vicende cristallizzate come quelle raccontate da Michele.
Il film, diretto da Emanuele Scaringi ed interpretato da Simone Liberati (nel ruolo di Zero) e da Pietro Castellitto (in quello di Secco), segue parallelamente due linee narrative: l’elaborazione del lutto privato (la morte di Camille) ed il lutto pubblico rappresentato dal G8 di Genova e dal massacro alla Scuola Diaz, temi molto cari al fumettista adottato da Roma ed affidati alle animazioni che incorniciano il film, ma che non sono state realizzate da Zero. Il rischio maggiore cui andava incontro La profezia dell’armadillo non consisteva tanto nella perdita di qualche personaggio o di talune vignette quanto nella sfumatura del senso più profondo del graphic novel. Quella nostalgia che, come già detto, anima le pagine del libro e restituisce un totale ben più tragico della somma delle sue singole parti non riesce minimamente ad emergere dal film, stretto tra dinamiche tipiche del buddy-movie e tra i gangli di una certa comicità italiota del tutto becera.
Insomma, nel giudicare questo La profezia dell’armadillo è necessario evitare di leggere, almeno per il momento, il graphic novel o, quanto meno, tenersene a debita distanza e considerarlo come un’opera di mera ispirazione per sceneggiatori e regista. Per il resto, dubitiamo seriamente che l’ennesima commedia che si adagia sulla comfort zone tutta romana riesca a raggiungere lo stesso ampio respiro del libro d’origine. In sala dal 13 settembre.

Matteo Marescalco

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