Un affare di famiglia. Hirokazu Kore-Eda metet in scena le difficoltà tatuate sulla pelle di uomini e donne che si arrangiano a vivere

Ritornando dall’ennesima spedizione di taccheggio, Osamu e il figlio raccolgono per strada una bambina che pare destinata all’abbandono. Inizialmente riluttante ad ospitarla per la notte, la moglie di Osamu accetta di prendersi cura di lei quando intuisce che la piccola è maltrattata dai genitori. Nonostante la povertà, i membri della famiglia sembrano vivere felici, fino a quando un incidente rivelerà i loro più terribili segreti.
In gara tra la Compétiotion officielle e Un Certain Regard, a Cannes i suoi lungometraggi hanno lasciato il segno. Con Un affare di famiglia, Hirokazu Kore-Eda torna a far capolino alla Croisette. Il cinquantacinquenne sceneggiatore, regista e montatore, alla scorsa edizione della kermesse, si è aggiudicato la Palma d’Oro con un film che si imprime nell’anima, un racconto emozionante, bipartito per una duplice chiave di lettura, accarezzato nella sua interezza da un umorismo dolce e amaro a un tempo. Kore-Eda, superbo marionettista, gioca con il suo pubblico manipolandolo con destrezza, confondendolo, spingendolo a forza tra gli specchi deformanti dell’apparenza. L’autore introduce così i suoi temi prediletti: i legami familiari, le difficoltà tatuate sulla pelle di uomini e donne che si arrangiano a vivere, la povertà, l’intraprendenza. Seguiamo le vicissitudini di una coppia con due figli a cui badare e di una nonna, punto di riferimento per gli abitanti dell’umile, ma accogliente magione. Un giorno padre e figlio raccolgono per strada una bambina di cinque anni, abbandonata, esposta al freddo invernale, maltrattata dai genitori. Fin dalle prime immagini, scandite alla perfezione dal compositore e musicista rock-electro Hauromi Hosono, apprendiamo che la famiglia sopravvive grazie al taccheggio, alla prostituzione, al denaro sottratto (la pensione della nonna) e al lavoro a catena di montaggio. Se l’amore e la tenerezza sono al centro della storia, il regista lascia affluire con lentezza la felicità familiare, i segreti, le crepe, i legami che rendono una cosa sola gli abitanti della casa, la storia personale di ciascun protagonista. La telecamera di Kore-Eda irradia calore accostandosi a personaggi di diverse generazioni, esseri umani che trovano con fatica il loro modo di esistere, restare uniti, amarsi, farsi coraggio l’un l’altro lottando contro le avversità per mangiare e dormire al meglio nel loro appartamento caotico e angusto.
Come al solito, lo stile di Kore-Eda è delicato, raffinato e meticoloso. Erede putativo di Ozu, il cineasta non brandisce alcuna bandiera militante, non urla la sua visione politicamente scorretta della famiglia. Con pazienza, in silenzio, con precisione e moderazione, l’autore raggiunge il massimo grado d’emozione e verità umana. Un affare di famiglia è vetriolo socio-politico racchiuso in un’elegante custodia di raso.

Chiara Roggino

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