ECCO LA MULTIETNICA “PIAZZA VITTORIO” SECONDO ABEL FERRARA. MA NON LA CONOSCE TANTO BENE (GLI PIACE ASSAI CASA POUND)

L’angolo di Michele Anselmi 

Scusate il riferimento personale. Vivo dalle parti di piazza Vittorio Emanuele, in Roma, dal 1997. In questi vent’anni ho visto arrivare molti cineasti, da Matteo Garrone a Paolo Sorrentino, da Mario Martone a Enzo Monteleone, da Francesca Comencini ad Anna Negri, solo per dirne alcuni. E non dimenticherò mai il giorno in cui Gabriele Salvatores mi disse, seriamente: “Beato te che vivi nella Roma multietnica del futuro”. Gli risposi: “E tu dove abiti quando vieni a Roma?”. Risposta: “A via Margutta”. Ecco.
Persiste una certa mitologia attorno a piazza Vittorio, che certo è la più estesa della Capitale, più di piazza San Pietro o piazza Navona, e l’unica di tipo sabaudo, cioè con i portici da tutti e quattro i lati, ma anche una delle più degradate, ancorché decantate dal cinema e dalla musica. Per dire: “Gente di Roma”, uno degli ultimi film di Ettore Scola, partiva proprio da una panchina di quella piazza. E l’Orchestra di Piazza Vittorio continua a fare concerti inventando ogni volta qualcosa di nuovo e di bello.
Buon ultimo è arrivato Abel Ferrara, il quale vive da queste parti ma in tanti anni non è riuscito a imparare una parola d’italiano. Eppure si professa, da sempre, di origine italiana. A un anno dall’anteprima fuori concorso a Venezia 2017, esce ora nelle sale da giovedì 20 settembre, con Mariposa Cinematografica, il suo documentario “Piazza Vittorio”. Che è po’ come te l’aspetti: un taccuino impressionista, con episodi anche belli e toccanti, per raccontare un’ideale giornata nel quartiere romano dell’Esquilino, tra la piazza in questione e Colle Oppio, curiosando per molte delle vie circostanti.
Una frizzante ballata di Woody Guthrie sull’immigrazione, “Do Re Mi” (le tre note alludono ai soldi), introduce il viaggio del regista del “Cattivo tenente” in quella che oggi è diventata una specie di Chinatown. Le progressive ondate migratorie, l’una peggiore dell’altra, specie quella africana, hanno molto cambiato il volto del quartiere, un tempo della piccola borghesia impiegatizia, noto soprattutto per il mercato all’aperto e i negozi per abiti da sposa. Ferrara, nel professarsi “immigrant” pure lui, osserva, intervista, riprende, paga perfino qualcuno affinché dica qualcosa davanti alla telecamera (un giovanotto della Guinea). Facciamo la conoscenza di un macellaio egiziano “filosofo”, di un’anziana signora con un passato da senzatetto, di alcuni pensionati italiani in panchina, di musicisti africani di strada, di baristi e bariste, dell’ormai famosa ristoratrice cinese Sonia, eccetera. C’è pure una processione religiosa che parte dalla basilica di Santa Maria Maggiore (a Ferrara piace dipingersi come un peccatore molto cattolico).
Poi ci sono i volti noti del cinema: come Matteo Garrone, che lì girò in tempi lontani “Estate romana”, e Willem Dafoe, che abita al di là di via Merulana con la moglie Giada Colagrande. Manca all’appello Paolo Sorrentino, che possiede l’appartamento, con sontuosa altana, più bello e costoso della piazza. Però appare in fotografia.
Il documentario è onesto, corretto, non nasconde la micro-criminalità insidiosa e la sporcizia diffusa, attraversato da un palpito gentile, di condivisione umana. Suggerisce un’integrazione possibile. Sarà. Di sicuro viene dato un po’ troppo spazio ai fascisti di Casa Pound, che però si contengono nel parlare di fronte al regista famoso e appaiono quasi come marxisti nella loro perorazione anti-capitalistica. Si definiscono, esagerando parecchio, “l’unico presidio culturale” della zona; non è così, a meno di un chilometro c’è la benemerita associazione Apollo 11, dove nessuno picchia nessuno.
Produce Andrea De Liberato, il tutto dura 82 minuti.

Michele Anselmi

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