Avati, dalla A alla Z. In libreria, il volume che passa in rassegna l’opera omnia dell’autore bolognese

Esce per Il Foglio letterario Tutto Avati, il libro che fan e studiosi del regista aspettano da tempo. Se negli ultimi anni, i testi critici pubblicati sull’autore bolognese si sono concentrati principalmente sulla (straordinaria) produzione nera, Gordiano Lupi e Michele Bergantin hanno scelto, invece, di superare lo scoglio dell’opera omnia, seguendo un criterio cronologico che permette di comprendere a pieno l’evoluzione del regista di Regalo di Natale e Il cuore altrove. Abbiamo incontrato gli autori del corposo volume, inserito all’interno della collana La cineteca di Caino.

Tutto Avati dichiara, già dal titolo, una volontà di completezza nell’analisi del regista bolognese. Come avete lavorato al volume e alle sue fonti?

GORDIANO LUPI: Per quello che riguarda la mia parte – filmografia commentata – il metodo è quello seguito in tutti i miei libri. Vedere i film, anche più di una volta, prendere appunti, stilare una scheda che tenga conto solo del mio pensiero, senza farmi fuorviare da cose scritte da presunti critici compilatori di dizionari che hanno sempre fatto il male del cinema italiano. In appendice cerco di fare una breve storia della genesi del film e per ogni pellicola ho raccolto l’opinione autentica di Pupi Avati, primo collaboratore del libro e suo principale sponsor.

MICHELE BERGANTIN: Per quanto concerne la parte della monografia dedicata alle interviste ho seguito la medesima impostazione metodologica di Gordiano: i film di Pupi Avati sono stati, com’è ovvio, la fonte primaria e scandagliare un universo narrativo così ampio richiede un lungo lavoro di analisi a monte. Per quanto possa sembrare strano, anche per redigere le schede critiche dei romanzi di Avati ho rivisto più volte i suoi film perché questi ultimi sono propedeutici ad un maggior comprensione delle “storie di carta” del Maestro bolognese.

Il libro riesce a far emergere un ritratto a tutto tondo del cineasta, anche grazie alle voci dei molti collaboratori che occupano una cospicua parte della foliazione. Si tratta di materiali realizzati ad hoc per il libro?

MB: Confermo l’originalità dei materiali e spero davvero di essere riuscito a creare un ritratto a più voci accurato e affettuoso di questo immenso regista. Fin dall’inizio, ho voluto riunire tutta la numerosa famiglia avatiana, senza escludere nessuno da questa grande foto di gruppo perché ognuno degli artisti interpellati, grazie al proprio talento e al sapiente approccio maieutico di Pupi Avati, ha contribuito in modo determinante alla riuscita del film al quale ha preso parte, anche in un ruolo di contorno. Nel cinema di Pupi Avati non ci sono primi attori. Il protagonista e l’ultima comparsa hanno pari importanza e sotto la direzione di questo attento direttore d’orchestra ognuno di loro ha sempre suonato la nota giusta riuscendo a primeggiare senza prevaricazioni di sorta sui propri compagni.

Nonostante sia un cineasta di successo, Avati ha avuto un rapporto contrastato con la critica. Qual è il motivo?

GL: Non me lo spiego. O meglio, me lo spiego solo con il morettiano “andiamo avanti così, facciamoci del male”, tipico della critica italiana. Vedo incensare come capolavori film modesti e pretenziosi, mentre le opere di un Avati – cantore della nostalgia e del tempo perduto – vengono trascurate, persino snobbate. In ogni pellicola di Avati – persino nella meno riuscita – c’è sempre molta poesia, la sua macchina da presa immortala in maniera proustiana i momenti dell’infanzia, dell’adolescenza, i luoghi dove la vita ha preso le mosse andando a conquistarsi la crescita. Avati è capace di passare da atmosfere nere, gotiche e persino horror a momenti più romantici e riflessivi, cavalca con successo ogni genere, è padrone della tecnica di regia come pochi, grande direttore di attori, scrittore di cinema (e di romanzi) che non teme rivali. Il nostro libro servirà (spero) a farlo capire.

MB: Non posso che essere d’accordo con Gordiano. Quello che probabilmente la critica non ha mai compreso davvero è che Pupi Avati non è un regista che fa film, Pupi Avati fa il cinema, che è una cosa ben diversa. Non è un regista che nel corso della sua carriera ha reinventato i generi, come ha fatto, ad esempio, Stanley Kubrick (aggiungo che, soprattutto per come è concepito il cinema in Italia, ci vuole coraggio a lavorare nell’ambito dei generi, i quali inducono troppo spesso una critica miope a classificare frettolosamente anche un vero Autore, e Pupi Avati meriterebbe dei premi solo per questa sua arditezza), ma ha praticato ossessivamente, sistematicamente e oserei dire religiosamente, il compito primario che al cinema è stato demandato fin dalle origini: raccontare delle storie. La vera vocazione di Pupi Avati è l’affabulazione entusiasta, stacanovista (mentre terminavamo il lavoro sulla monografia stava già lavorando a due nuovi progetti) e generosa nella percorrenza di tutta la vasta gamma di opportunità che il cinema mette a disposizione di coloro che ne sanno sfruttare con intelligenza il potenziale. Pupi Avati è davvero costituito da un dna in tutto e per tutto cinematografico. Anche quando scrive un romanzo è come se girasse un film, tanto la sua scrittura, anche volendo, non riesce più ad esimersi dall’essere essenzialmente visiva e dal far vivere e parlare tutto ciò che lo circonda, una dote che lo accomuna al grande Alfred Hitchcock.

Generalmente l’Avati nero, quello del cosiddetto “gotico padano”, incontra il favore di appassionati che, neanche tanto paradossalmente, ignorano l’altra faccia del cinema del cineasta. Così come chi ama il suo “minimalismo nostalgico” non si avvicina alla produzione nera. Possiamo parlare di due diversi tipi di pubblico per l’opera avatiana? Questo mi sembra un po’ un unicum all’interno della storia del cinema almeno italiano…

GL: Io amo sia l’Avati nero che il cantore nostalgico della provincia, per esempio. Non credo che ci siano due pubblici, o meglio – se ci sono – si tratta di persone che non hanno capito che anche nelle opere più nere di Avati esistono le componenti minimaliste. Nel Maestro bolognese hanno sempre convissuto le fiabe nere, le leggende che provengono dal passato, le atmosfere horror de La casa dalle finestre che ridono con le escursioni collinari di Gita scolastica o il minimalismo di Festa di laurea, per non parlare dell’amicizia virile, del cameratismo goliardico, che si manifesta in opere basilari come Gli amici del bar Margherita. Ma sono indimenticabili anche opere sottovalutate come Festival e La cena per farli conoscere, per non parlare del suggestivo Ma quando arrivano le ragazze?.

MB: Anche in questo caso concordo pienamente con Gordiano. Tanto nelle opere afferenti al “gotico padano” quanto in quelle appartenenti al filone del “minimalismo nostalgico”, Pupi Avati, con coerenza assoluta, ha sempre proceduto all’indagine dei microcosmi più appartati, ignorati ed inquietanti. È strano e ingiusto, pertanto, che si formino due pubblici distinti, ma d’altra parte questa è anche la prerogativa di quei grandi autori che non verranno mai del tutto compresi e accettati dalla critica e dal pubblico stesso, i quali non perdonano loro la vocazione a deragliare improvvisamente da un percorso che entrambi vorrebbero lineare, prestabilito e senza scosse. Senza queste sollecitazioni, tuttavia, soprattutto in ambito artistico, non solo non si produrrebbe mai nulla di nuovo (e in Italia, in particolare, ce ne sarebbe un grande bisogno), ma un autore non riuscirebbe mai a crescere e a rivelarsi compiutamente film dopo film. In questo senso, non c’è alcun volo pindarico tra La casa dalle finestre che ridono e Magnificat: queste due opere, pur appartenendo a due generi distinti e definiti, raccontano la storia del medesimo, fragile, emarginato e complessato essere umano. A Pupi Avati va attribuito il grande merito di non aver mai inseguito il pubblico, ma di averlo sfidato a seguirlo su territori via via sempre diversi ed impervi, ma sempre accomunati da quel fil rouge dell’emarginazione cui accennavo prima, proponendo agli spettatori delle sfide narrative sempre più ambiziose (i suoi tv movie più recenti, pur con tutti i limiti delle produzioni televisive nostrane, si pongono addirittura come delle sfide educative e morali pienamente sentite e mai pedanti) che gli hanno consentito di affinare la sua stessa capacità di racconto.

Personalmente credo che l’Avati più originale e riuscito sia quello “medievale” di I cavalieri che fecero l’impresa e Magnificat. Ho sempre pensato che questi due film rappresentino il miglior punto di contatto tra le sue due vocazioni principali…

GL: Forse Avati è d’accordo con la tua impostazione, perché ritiene Magnificat uno dei suoi film più riusciti e ama molto anche I cavalieri che fecero l’impresa. Vero che il filone medievale rappresenta un buon punto di contatto tra il nero fantastico e il minimalismo, ma nonostante tutto non è l’Avati che più amo. Come molti della mia generazione mi sono avvicinato all’opera del Maestro con La casa dalle finestre che ridono e Zeder, ma ricordo di aver visto in sala anche La mazurka. Ritengo che nessuno come lui sia riuscito a raccontare la provincia italiana, tra sonorità jazz e zingarate con gli amici, senza dimenticare lo studio dei caratteri e il profondo minimalismo compiuto in Ultimo minuto, Regalo di Natale, persino in Un ragazzo d’oro (snobbato da tutti) e in molti sceneggiati televisivi di ampio respiro (Jazz band, Cinema!…). E – come saprai – adesso che ha 80 anni sta girando un horror!

MB: Dei due Magnificat è quello che preferisco. Lo ritengo più compiuto e davvero avatiano, mentre l’afflato kolossal de I cavalieri che fecero l’impresa, per quanto possa costituire un’interessante anomalia per il nostro cinema, rende il racconto freddo e dispersivo e finisce, a mio giudizio, per soffocare proprio quella vocazione nostalgico-intimista imbevuta di nero gotico che Pupi Avati ha saputo esprimere meglio in altre opere come Le strelle nel fosso, uno dei film più belli e struggenti della sua ricca filmografia e quello che consiglierei di guardare per primo a coloro che si accostano per la prima volta al cinema di Pupi Avati. Nella storia di quei quattro bizzarri fratelli che vivono immersi nell’acquitrinosa e poetica solitudine delle valli del Delta del Po è compendiato tutto l’universo narrativo del Maestro bolognese. La misteriosa essenza del cinema avatiano è nascosta in quei luoghi cosi magici e peculiari da risultare quasi irreali, che attendono pazientemente quell’esploratore partecipe che (fatalmente) vi metterà piede.

Che importanza hanno avuto nella stesura del volume La grande invenzione e Sotto le stelle di un film?

GL: Sono due libri importanti, che ho letto, studiato e sottolineato. Chiaro che mi sono serviti per tracciare un quadro d’insieme e per fare alcuni riferimenti importanti alle singole opere. Per esempio tutta la storia del Salò di Pasolini e della sceneggiatura scritta con la collaborazione di Avati non l’avrei saputa senza leggere La grande invenzione. Sono due libri che consiglio di comprare insieme al nostro, perché sono completamente diversi, sono testi autobiografici, intimi, riflessivi, mentre Tutto Avati parla soprattutto di cinema e presenta i personaggi del grande set avatiano. Una trilogia che serve a comprendere l’opera del nostro più grande cineasta contemporaneo.

MB: Anche in questo caso mi associo a quanto dichiarato da Gordiano. Si tratta di due libri fondamentali da cui prendere le mosse per conoscere e indagare ulteriormente l’universo narrativo del regista. Tutto Avati è una sorta di loro figlio e si rivelerà uno strumento utile per comprendere ancora meglio come la vita stessa di Pupi Avati è diventata un film, talmente il cinema ha pervaso ogni aspetto della sua quotidianità, instillando una piacevole e salutare confusione nella mente del lettore/spettatore che ad un certo punto non riuscirà più a determinare con precisione dove finisca il film e dove inizi la vita reale e viceversa. Oltre a questi tre volumi, consiglio, inoltre, di acquistare anche i tre romanzi di Pupi Avati pubblicati in questi ultimi anni: Il ragazzo in soffitta, La casa delle signore buie e Il Signor Diavolo. Sono letture fondamentali alle quali ho voluto espressamente riservare una sezione del nostro libro perché aiutano a comprendere come il regista dimostri una non comune familiarità con le malattie mentali. Pupi Avati sa dettagliare magistralmente dei casi clinici da manuale di disturbo della personalità che fanno parte della nostra quotidianità, disturbi ai quali noi stessi possiamo andare incontro e la cui prossimità alle nostre vite è realmente rabbrividente.

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