“UNA STORIA SENZA NOME”: PER ANDÒ UNA “COMMEDIA BEFFARDA”. MAGARI LONTANO DAL LIDO SI PUÒ VEDERLO CON OCCHI DIVERSI

L’angolo di Michele Anselmi

Magari fuori dall’agone della Mostra veneziana, dove pochi giorni fa è stato presentato fuori concorso, “Una storia senza nome” di Roberto Andò può essere visto con uno sguardo più leggero e meno severo. I festival non sempre aiutano. Vedremo come reagirà il pubblico pagante al quale “la commedia beffarda”, parola del regista siciliano, si rivolge promettendo un notevole divertimento.
Ad Andò piace pensare che “il cinema possa provocare effetti concreti, non innocui, sulla realtà”. Non accade quasi mai, lo sappiamo, però è anche vero che il cineasta, dopo il meditabondo “Le confessioni”, un po’ scherza sulla materia, firmando una farsa meta-cinematografica, tra giallo e politica, dalle dichiarate coloriture ironiche, paradossali, giocose.
Senza più idee da anni, preso solo dalle femmine e dagli agi, l’illustre sceneggiatore Alessandro Pes paga sottobanco la segretaria Valeria perché gli scriva i copioni che rifila allo spazientito, alquanto cialtrone, produttore Vitelli come fossero suoi.
A Valeria, un po’ angariata dalla madre invadente e famosa, non pesa fare la “ghost writer”, insomma l’ombra dello scrittore famoso che un tempo la sedusse e ora la paga. Solo che c’è un contratto da onorare e nessuno sa cosa inventare. Per fortuna un enigmatico uomo barbuto, forse un poliziotto in pensione molto ben informato, suggerisce a Valeria di scrivere una storia avvincente che parte dall’omicidio di un noto critico d’arte e porta al trafugamento di una preziosa tela di Caravaggio, “La Natività”, avvenuto a Palermo nell’ottobre del 1969.
Fu la mafia a commissionare, davvero, il furto di quel quadro mai recuperato, tra leggende e congetture, frammenti lacunosi e sprazzi di verità; cinquant’anni dopo, alla notizia che si farà un film su quel caso irrisolto, tutto si rimette in moto, con esiti inattesi, pure rischiosi, e una pista sembra portare addirittura a Palazzo Chigi…
Andò, che ha scritto il copione con Angelo Pasquini e Giacomo Bendotti, parla di “Una storia senza nome”, come di “un atto fantastico”: solo così, spiega, ci si può avvicinare alla verità nel Paese dei depistaggi e dei misteri. L’idea è ingegnosa, e certo il film non risparmia colpi di scena nell’arco di 110 minuti. Purtroppo, a mio modo di vedere, lo stile appare a tratti poco sorvegliato, il tono inclina alla caricatura survoltata, il ritratto d’ambiente suona un po’ prevedibile. Il cinema sul cinema è materia da maneggiare con cura. Basta poco per esagerare nel gioco del “doppio”, della citazione allusiva, della strizzatina d’occhio. Come quando Pes, torturato dai mafiosi perché riveli ciò che ovviamente non sa, risponde eroicamente alle sberle con alcune battute prese da “Il generale Della Rovere” e “La Grande Guerra”. Ma ci sono, variamente disseminati, riferimenti anche a “Viale del tramonto”, più un assaggio di “Amleto”, una battuta su Lars von Trier e una canzone di Dalla.
Avrete capito che è Valeria, incarnata da Micaela Ramazzotti, l’eroina della vicenda: la giovane donna sulle prime remissiva e irrisolta che via via, mentre le trame si precisano grazie alla sua sceneggiatura, diventa sexy, attraente, emancipandosi da quel ruolo subordinato, appunto nell’ombra. Renato Carpentieri, Laura Morante, Alessandro Gassmann e Antonio Catania, nei panni rispettivamente del premuroso suggeritore, della madre-tiranna, di Pes e del produttore, si intonano al registro allegrotto, quasi da opera buffa, scelto da Andò, mentre il polacco Jerzy Skolimowski spunta a sorpresa nel ruolo del vecchio regista straniero, forse gay e s’intende carismatico, ingaggiato per girare il film nel film.
Nelle sale da giovedì 20 settembre, produce Angelo Barbagallo con Raicinema (Barbagallo fa una comparsata, nei panni del “cine-falsario” che riproduce la tela del Caravaggio per il set).

Michele Anselmi

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