La casa delle bambole. La vocazione al martirio del cinema di Pascal Laugier

Come Alexandre Aja, Pascal Laugier è uno tra i pochi registi francesi che hanno detto sì all’espatrio: la fuga da un paese sempre più ostile a finanziare film di genere era necessaria. E’ impossibile dimenticare lo scandalo del 2008, il putiferio seguito alla promozione di Martyrs, il secondo film di Laugier: la troupe sfidò il divieto ai minori di diciotto anni, imposto al film dal comitato di classificazione opere cinematografiche, un divieto che fu successivamente ridotto ai sedici. Il regista ha recentemente confidato a Chaos Reigns di non aver girato il film direttamente in inglese per raggiungere nel modo più rapido il maggior numero di spettatori. Dal momento dell’esordio nelle sale di The Secret (2012), Pascal Laugier è stato costretto all’esilio, pur mantenendo i suoi produttori preferiti: Clément Miserez e Jean-Charles Lévy. Quattro anni dopo il cineasta francese torna a creare sostenuto da un budget più modesto. La produzione è franco-canedese, il film girato in Canada in lingua inglese. Ciò non impedisce a Laugier di offrirci un’invasione domestica, la più terrificante, utilizzando la ricetta di cui è padrone assoluto.
E’ difficile parlare, analizzare La casa delle bambole senza rivelare troppo, senza fare spoiler. Della storia è meglio conoscere il minimo: Pauline (Milène Farmer) e le sue figlie, Vera (Taylor Hickson/Anastasia Philps) e Beth (Emilia Jones/Crystal Reed) ereditano una casa E tuttavia la loro prima notte si trasformerà in un incubo.
Viscerale, tortuoso, scioccante, aggettivi che escono a fior di labbra quando si parla di La casa delle bambole. Laugier non perde il suo tocco, quel marchio di fabbrica indelebile fin dal suo primo film, Saint-Ange. Il cineasta cerca di ingannare il suo pubblico mettendo in discussione ogni inquadratura, ogni particolare, ogni immagine mostrata. La trama dell’opera è un torrente in piena straripante idee e immagini che conducono alla pazzia lo spettatore. I diversi strati narrativi si intrecciano creando confusione, fornendo una versione frammentaria degli eventi così come il volto angelico di Beth, incrinato, frantumato (un viso tale a quello della bambola di porcellana, immagine al centro del poster promozionale dell’opera). Sono fratture molteplici che trasudano sangue, cariche di violenza, di furia, quelle con cui devono confrontarsi le protagoniste de La casa delle bambole e i suoi spettatori per estensione. Come per i Martiri, per cui l’estrema mutilazione diviene un modo per esplorare l’ignoto (cosa succede dopo la morte?), la violenza nel film è il mezzo di espressione dei torturatori del camioncino di caramelle (un “orco” e una “strega”), ma soprattutto l’oggetto della loro soddisfazione. Torturano, uccidono (e anche di più) per semplice piacere. La stravagante personalità degli assassini gradualmente conduce l’abitato a loro personale proprietà: una casa di famiglia occupata con la forza, in cui non è più possibile sentirsi al sicuro. Di fronte a questi psicopatici, l’unione di tre donne (o cinque, se contiamo la doppia interpretazione delle giovani sorelle). La loro interpretazione sul set brilla per capacità istrionica.
La casa delle bambole è anche una storia d’amore: quella di una madre per i suoi figli (dopo aver girato una clip, Laugier chiama Myléne Farmer per questo ruolo), quella del legame tra due sorelle, disposte a tutto per la loro sopravvivenza. La pellicola evoca auto-trascendenza, ma anche il rifiuto della realtà in seguito a un forte evento traumatico. In questo modo l’infanzia delle due giovani perisce all’improvviso, senza che venga data loro una scelta, in modo simbolico e molto concreto. Per i due aguzzini, Beth e Vera sono solo bambole perfette, innocenti, malleabili, consenzienti. Ma non è così, e la furia che emerge è la visione del film, immagine dopo immagine, ondata di puro orrore. In breve, un vero schiaffo in pieno volto.
Perché La casa delle bambole è costruito sul paradosso dell’immersione: un disagio che ci spaventa perché i lividi e le contusioni sullo schermo si diffondono nella paralisi dei nostri sentimenti, prima che questa inerzia si perda nel dolore della nostra inazione. Come risultato il piacere di Pascal Laugier nel trasformare il suo pubblico in bambole di porcellana, sgualcite, coperte di lividi, da capo a piedi. Sotto le lesioni di questi corpi massacrati, rimane una palpabile sofferenza. Poiché La casa delle bambole si nutre del proprio incubo per infondere nel pubblico uno stato di terrore permanente. Un modo, per Laugier, di riportarci all’essenza del cinema horror: esporci come martiri, spaventandoci al punto che lo strazio imperversa malsano sulla nostra pelle. Tutta la forza del film sta nella sua capacità di appropriarsi del calvario dei suoi personaggi. Il poster ci riporta a What Ever Happened to Baby Jane? quando Joan Crawford è martirizzata da Bette Davis, ossessionata dall’immagine, dal gioco dell’infanzia. Un disagio “morale” su cui Laugier insiste oltraggiosamente e da cui è impossibile districarsi. Un isolamento, una prigionia simboleggiata da un cantina, luogo chiuso la cui unica uscita possibile rimane una scala che, come nel film di Aldrich, incarna l’unica strada per la fuga e allo stesso tempo la rivelazione del segreto. L’orrore filtrato attraverso gli occhi e lo sguardo di Laugier è perfettamente nitido. Da corridoi senza uscita a spazi oscuri, l’autore sfrutta ogni angolo buio per rendere la sua storia di sopravvivenza quella di un’asfissia continua. Un luogo in cui le meravigliose attrici lottano, instillando nello spettatore terrore puro, spavento, il più crudo: Mylène Farmer, impeccabile nella figura della madre; Crystal Reed/Emilia Jones e Anastasia Phillips/Taylor Hickson, incredibili nel mostrare la loro permeabilità psicologica, sole ad affrontare figure terrificanti e torturatori senza pietà. Forti eroine, picchiate, sbattute e martirizzate. ma in piedi, sempre, anche quando l’oscurità sembra cancellare ogni speranza. Il film sarà nelle sale dal 22 novembre.

Chiara Roggino

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