ANICA & OSCAR: “DOGMAN” SI IMPONE 5 A 4 SU “LAZZARO FELICE”. IL MESSICO HA GIÀ SCHIERATO “ROMA” DI CUARÓN (SARÀ DURA)

L’angolo di Michele Anselmi 

Alla fine è andata come doveva andare: “Dogman” di Matteo Garrone è il film designato dall’Italia in vista dell’Oscar, categoria “Best foreign language movie”, cioè non girato in inglese. Non che sia stata una scelta facile: ci sono volute cinque votazioni per arrivare al verdetto, fors’anche per l’alto numero di titoli in lizza, stavolta addirittura 21; ma sia pure per un solo voto, cioè 5 a 4, al rush finale il film di Garrone ha superato “Lazzaro Felice” di Alice Rohrwacher. Poche chance, solo 1 suffragio nella penultima votazione, per “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini, dato nelle ultime ore come il principale avversario di “Dogman”. Che resta, a parer mio, la migliore offerta che si potesse fare all’Academy Awards, nella speranza che il bel film di Garrone, dallo stile impeccabile e dalla storia feroce ispirata al Canaro” della Magliana, sia accolto in cinquina. Non capita, salvo errori, dal 2014 di “La Grande Bellezza”.
Riuniti presso l’Anica, la Confindustria del cinema, i nove esperti hanno cominciato a votare attorno alle 10. I loro nomi? Come anticipato dal sottoscritto il 21 settembre, sono la giornalista Stefania Ulivi, i registi Maria Sole Tognazzi e Silvio Soldini, i produttori Maria Carolina Terzi e Marta Donzelli, il distributore Antonio Medici, lo sceneggiatore Enrico Vanzina, lo studioso e conservatore Gianluca Farinelli, il responsabile della Direzione cinema Nicola Borrelli (s’è persa per strada Mariarosa Mancuso).
Francamente non si capisce perché continuare a mantenere segreta fino all’ultimo la composizione della “giuria”, ma a Francesco Rutelli, presidente dell’associazione industriale, piace così. Se ne parla come di un modo per evitare pressioni, telefonate e scocciature ai commissari in vista del voto; io credo invece che sia pieno diritto di produttori e registi sapere, a prescindere dal numero dei film in gara, chi valuterà e deciderà.
Ciò detto, erano davvero troppi, quest’anno, i titoli candidati dai rispettivi produttori alla modica (?) cifra di 500 euro. Nel mucchio, citando un po’ alla rinfusa, “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino, “Come un gatto in tangenziale” di Riccardo Milani, “Dove non ho mai abitato” di Paolo Franchi, “Napoli velata” di Ferzan Ozpetek, “Una storia senza nome” di Roberto Andò, “La terra dell’abbastanza” dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo. Qualcuno si è chiesto perché non ci fosse il dittico “Loro” di Paolo Sorrentino, evidentemente alla Indigo hanno pensato che le smanie estive di Berlusconi non avrebbero riscosso interesse agli Oscar, benché sia stata preparata per il mercato estero una versione unica, non divisa in due parti.
Adesso Raicinema e Mibac dovranno mettere mano ai portafogli, in modo da favorire un’adeguata campagna promozionale di “Dogman” in terra straniera. Giova ricordare che l’annuncio delle nomination è previsto per il 22 gennaio 2019, mentre la cerimonia di consegna degli Oscar si terrà a Los Angeles domenica 24 febbraio.
In ogni caso non sarà una passeggiata: il Messico ha già designato “Roma” di Alfonso Cuarón (Leone d’oro a Venezia), la Francia “La douleur” di Emmanuel Finkiel, l’Ungheria “Sunset” di László Nemes, la Danimarca “The Guilty” di Gustav Möller, e siamo solo all’inizio.

Michele Anselmi

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