GUILLAUME CANET, OCCHIO A QUESTO BRAVO ATTORE FRANCESE. IN “MIO FIGLIO” DIVENTA PADRE D’AZIONE: FURBO E MALDESTRO

L’angolo di Michele Anselmi

Ecco un attore da tenere d’occhio. Si chiama Guillaume Canet, classe 1973. L’abbiamo appena visto a Venezia in “Non-Fiction” di Olivier Assayas, dove disegna un elegante editore parigino alle prese con la rivoluzione digitale, pure con qualche tradimento sessuale, inflitto o subito; lo ritroviamo sugli schermi normali, da giovedì 27 settembre con No.Mad Entertainment, in tutt’altro ruolo: un padre disperato alla ricerca del figlio rapito in una zona a ridosso delle Alpi francesi.
“Mio figlio” è uno strano film, che usa un tirante classico dell’action-movie all’americana per sperimentare uno stile quasi rubato alla vita, un tempo si sarebbe detto “in presa diretta”. Il regista Christian Carion l’ha girato, così almeno sostiene, in soli sei giorni, nei primi mesi del 2017: con camera digitale, luce naturale, troupe ridotta al minimo, lasciando in buona misura Canet al buio, cioè senza fargli leggere la sceneggiatura, perché tutto suonasse più vero, ulcerato, reazioni emotive del personaggio incluse.
Funziona? Non sempre. La storia sfodera parecchi punti oscuri o irrisolti, l’epilogo è un po’ tirato via, spira un’aria da film “sperimentale” cotto e mangiato (dura in tutto 84 minuti). E tuttavia “Mio figlio” prende quasi subito, proiettando lo spettatore, nel crescendo di tensione, in una sorta di incubo a occhi aperti.
Chi ha rapito e perché il piccolo Mathys spedito per qualche giorno, controvoglia, in una specie di campo-giochi da boyscout? È la giovane madre Marie a telefonare, in ambasce, all’ex marito Julien, un geologo che lavora spesso all’estero per la società Véolia. I due poco si sentono e ancora meno si vedono. Lei progetta una nuova vita coniugale con un certo Grégoire, un ometto che appare ambiguo e solo interessato ai soldi, per nulla affezionato a Mathys, vissuto come un figliastro rompiscatole; lui, Julien, si è perso i primi sette anni del figlio e adesso, precipitatosi nel freddo paesello senza ricambio d’abito, comincia a dare i numeri, sentendosi in colpa.
Quante storie così abbiamo visto al cinema? Basterebbe pensare al notevole “Hardcore” di Paul Schrader, con George C. Scott nei panni di una padre benestante alla ricerca della figlia scomparsa, finita nel mondo del porno; o alla recente e adrenalinica cine-serie con Liam Neeson nata con “Io vi troverò”. Quasi sempre in chiave di indagine personale, ossessiva, contro tutto e tutti, e un finale “di vendetta”. “Mio figlio” non si distacca dal genere, a prima vista: con lo stordito e maldestro Julien che scova una pista, dribbla la polizia inetta, s’infila in una casa disabitata e sequestra un giovanotto che sa parecchie cose, torturandolo a dovere.
Eppure “Mio figlio” non fa il verso a “Il giustiziere della notte” e affini, non giustifica le azioni di Julien, le mostra per quelle che sono: il tentativo disperato di un padre deciso a riprendersi il figlio sequestrato da una feroce organizzazione (i cui scopi non sono chiariti) e a far pace con la propria vita errabonda e distratta.
Non pensate a uno showdown finale in stile Bruce Willis; Julien si fa furbo ma non è uno lesto a sparare, è semplicemente un uomo normale pigiato in una situazione straordinaria. Jeans, giubbotto e zucchetto di lana calato in testa, Canet attraversa il film come un cane lupo addomesticato che via via riscopre l’odore del sangue; la moglie fragile è Mélanie Laurent, che molti ricorderanno bionda eroica anti-hitleriana in “Bastardi senza gloria”.

Michele Anselmi

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