Boxe Capitale. Dal Dopoguerra ad oggi il pugilato romano in carrellata continua

In effetti, non è per tutti. Con il documentario Boxe Capitale, Roberto Palma esplora le fondamenta del rapporto tra il pugilato e Roma, un amore viscerale, popolare, di borgata, che dura da oltre cento anni e che lega la città ad uno sport che non vuole e non può essere per tutti. Più che un film – pregio e difetto del lavoro, questo – si tratta di una carrellata di interviste in cui i più noti personaggi della boxe romana raccontano aneddoti che vanno dal Dopoguerra ad oggi, quando i pugili erano eroi di periferia, supportati da amici e parenti nei palazzetti dello sport arrangiati come viene, per sfide che significavano molto di più di un incontro di boxe. Eppure, solo con le parole delle interviste, una dietro l’altra, continue e senza sosta, si sente il fisico, il sudore e la lotta dei gladiatori, forse gli unici oggi rimasti a coltivare il sogno dell’uomo primitivo, uno contro uno, a mani (quasi) nude ed a volto (sempre) scoperto.
Eppure, si diceva, non è per tutti. È la boxe a non essere per tutti. Per chi non lo sa, salire sul ring significa essere folli, sia quando da amatori si passa ai dilettanti, sia quando dai dilettanti si passa ai professionisti. Significa essere pronti a prendere il colpo della vita, a ricevere un treno in corsa di una furia cieca che davanti a te ha paura e non vuole cadere. È la nobile arte praticata dal popolo. E non è per tutti.
E poi ci vuole coraggio e passione, quelli veri, quelli che gli intervistati trasmettono con la grinta delle parole, con la rabbia della povertà, con l’orgoglio di chi la rivincita sociale se l’è presa, anche se per poco. Prima giravano soldi e scommesse, ora neanche più quelle. Un movimento agonizzante fino ad un paio di decenni fa che adesso lentamente risorge; o forse solo non vuole morire. E lo fa con la forza della passione, con l’istinto di colpire e non mollare.
Allora passano Marcello Stella, Giovanni De Carolis, Luciano Sordini, Alfredo Bruno, Daniele Petrucci e tanti altri, vecchi e meno vecchi, tutti fuori attività professionistica, molti ora solo maestri. E sono ricordi, aneddoti, passioni. C’è spazio per le scazzottate fuori dal ring, per le paure provate prima di match fondamentali, per le gioie personali e di una comunità intera, che prima che essere città è quartiere, borgata, vicinato, famiglia.
Tutti, quando parlano, ondeggiano ancora come sul ring, alcuni simulano i colpi, si battono il pugno nell’altra mano aperta, perché la boxe ce l’hanno dentro, non li lascerà mai, come il ricordo di Carlo Manni, maestro di sport e di vita per tanti dell’ultima generazione di grandi pugili.
Belli sono i ricordi delle cosiddette riunioni – così si chiama(va)no i raduni del venerdì con più incontri consecutivi – quando a farsi la guerra non erano solo due uomini, ma due microcosmi locali, coinvolti quanto e più che durante un derby calcistico. Su questo, il lavoro di Palma si presenta di sicuro interesse sociologico. Il vero messaggio è che il pugilato è la storia di Roma, fa parte della crescita di centinaia di ragazzi, soprattutto di periferia ed ha contribuito a creare un’identità a luoghi e persone altrimenti desolati o abbandonati. La boxe nasce con Roma, con i fasti del fascismo e con la rivincita del Dopoguerra, con la bella vita degli anni Sessanta e le bische degli anni Settanta.
Anche questa, insomma, è Roma, inedita ma subito conoscibile, perché nelle storie di borgata vive il sottotesto della città che oggi, in fondo, è uguale a ieri, scanzonata e ribelle. Non c’è bisogno di scomodare antenati letterari che hanno amato la Roma proletaria e violenta, cinica e prepotente; c’è bisogno invece, di seguire il flusso che Palma presenta in carrellata continua, il filo che lega il coraggio dei pugili romani da oltre un secolo e che pare stia vivendo, se non una nuova primavera, un periodo di rinascita ed interesse, a cominciare dalle riunioni del venerdì che vengono organizzate dagli ultimi samurai che rispondono ai mille nomi che gravitano attorno al ring: organizzatori, allenatori, sponsor, promoter, palestre.
A proposito di palestre, se non si vuole cedere alla meraviglia che ancora è la mitica Audace al Colosseo, non è un caso se tutti i maestri intervistati operano in palestre dove si pratica solo il pugilato. Nella moderna offerta di mille pratiche pseudosportive compulsive, la boxe rimane non a caso l’unico sport olimpico di matrice occidentale che si pratica nelle sue chiese, con i suoi riti, con i suoi paramenti ed i suoi sacerdoti.
Non è un caso che il documentario è, per lo più, un insieme continuo di interviste senza soluzione di continuità. Questo che forse è un limite è insieme, però, una scelta di stile, come a dire – per paradosso – che più dei corpi, dei diritti e dei montanti, valgono i ricordi, i sentimenti, le passioni vere di uomini veri. Non migliori o peggiori, ma veri. Il pugilato, in effetti, non è per tutti. Per praticarlo sul serio, infatti, ci vuole “er core”. E oggi non è da tutti.

Ettore Sbandi

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