Il bene mio. La bellezza del resistere

C’è un che di eroico, se non propriamente titanico, in Elia, l’ultimo abitante del borgo di Provvidenza, distrutto da un terremoto. L’uomo sostiene i resti del paesino sulle proprie spalle e rifiuta di seguire il resto della comunità che, trasferendosi a Nuova Provvidenza, ha deciso di dimenticare il passato. Invece, Elia ascolta continuamente la voce del tempo che fu, è intimamente connesso ai luoghi avvolti dal silenzio e saturi d’assenza, divorati dall’incuria e dalla vegetazione, i cui unici sospiri appartengono al vento. Elia assorbe il vuoto che gli sta intorno come modalità d’elaborazione di un lutto che lotta ardentemente contro l’oblio e la rimozione del ricordo. L’uomo si prende amorevolmente cura di ciò che è stato distrutto dal tempo, come un tenero WALL-E di paese. Ripulisce il suo personale pianeta ormai disabitato, raccoglie oggetti desueti che conserva in una stanza adibita a magazzino della memoria, custode di un’anima autentica ed infantile ancorata ad una strenua forma di resistenza. Con il suo continuo movimento, si rifiuta, quindi, di cristallizzarsi.
Uno degli attimi migliori di Il bene mio, l’ultimo film di Pippo Mezzapesa, presentato come Evento Speciale Fuori Concorso della sezione Giornate degli Autori, in occasione della 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, porta in scena il contrasto tra dinamismo cinematografico e freeze-frame fotografico. Elia dovrebbe posare per uno scatto che non si concretizzerà mai. Anzi, è come se la sua irriducibile mobilità non accettasse di diventare parte di un tempo cristallizzatosi nel passato. Insegne sbiadite, case scorticate, disegni scoloriti di bambini lasciano tracce, consegnate come segni da preservare nel rapido fluire del tempo. E sono proprio queste le tracce che caratterizzano i luoghi e li rendono umani.
Elia rifiuta di adeguarsi al tempo mutato di Nuova Provvidenza, fedele al suo personale ritmo vitale. La sua personale rivoluzione passa attraverso Noor, una giovane donna in fuga, che lo porrà di fronte ad una scelta tutt’altro che facile. Il personaggio di Sergio Rubini è una sorta di Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento del tempo, un Cleveland Heep così ancorato alla sua terra e al soffio del suo vento da rendere quasi fantastiche le figure che, ogni tanto, vanno a visitare il luogo. Il bene mio è un’ode alla materia di un cinema plastico e sporco di polvere; contro la liquidità della cultura digitale, è una forma di resistenza nei confronti di simulacri ed artifici. Si avverte persino un senso fiabesco caro al regista indo-americano M. Night Shyamalan. Come il protagonista di Lady in the Water, anche Elia è l’ultimo custode di un luogo dimenticato dal mondo, in attesa di essere redento, di trovare la propria collocazione e di fondare un nuovo patto sociale, sulla base dei ruoli assegnati dalla Provvidenza ad ogni abitante. E chi lo sa che non si palesi un’epifania divina, una ninfa acquatica in fuga dal suo mondo, una traccia di storie e racconti che emergono con prepotenza dal passato risvegliando negli uomini la voglia di tornare ad ascoltare.

Matteo Marescalco

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