RUBINI NEL PAESE FANTASMA PER TENERE ACCESA LA MEMORIA. IL BLUES TERREMOTATO DI MEZZAPESA DA VENEZIA ALLE SALE

L’angolo di Michele Anselmi

L’incipit è suggestivo. Una gigantesca fotografia di una piazza di paese ai tempi d’oro, con donne, bambini, vecchi, auto, insegne di bar, che lentamente viene ripiegata, e si affloscia malinconicamente, mostrandosi per quello che è: una specie di telo/sipario da esibire ai turisti delle macerie. Del resto c’è poco da sorridere. I blues nerissimi di Robert Johnson e Blind Willie Johnson risuonano tra le case pericolanti dell’immaginario paesino pugliese di Provvidenza; e naturalmente c’è un motivo se il regista Pippo Mezzapesa, dopo “Il Paese delle spose infelici”, ha scelto quelle musiche dolenti, scandite dalle note della chitarra slide, per impaginare la sua ballata sul senso della memoria.
Evento speciale alle Giornate degli autori, “Il bene mio” esce ora nelle sale, il 4 ottobre, distribuito da Altre Storie. Il titolo fortemente simbolico gioca con il doppio significato del sostantivo, così pare di capire: bene come concreta proprietà, bene come condizione esistenziale.
Non sembra stare tanto bene col cervello Elia, l’ultimo abitante della cittadina fantasma che fu sinistrata pochi anni prima da un terremoto. A dispetto nel glorioso nome biblico che porta, il cinquantenne magro e vagamente allucinato si aggira tra quelle case sgarrupate tenendo fede alla missione che s’è dato: ricordare ai suoi concittadini, tutti trasferitisi nella vicina Nuova Provvidenza per dimenticare lutti e sofferenze, la forza dell’identità, dell’appartenenza, del sentirsi comunità. Elia perse la moglie Maria in quel disastro, e oggi, simile ad uno strano profeta irriso e compatito, pure picchiato, l’uomo è più solo che mai, e tuttavia deciso a non sgomberare la sua vecchia casa piena di crepe, nonostante le minacce del sindaco-parente.
Tutto costruito sul fisico smunto e la cadenza dialettale di Sergio Rubini, “Il bene mio” è un film a tratti incespicante, un po’ scucito, spira aria da prima Fandango; e però è abitato da uno spirito gentile, da un palpito emotivo forte, specialmente nel toccante finale da non rivelare.
Naturalmente tornano alla mente le immagini dei terremoti che hanno sventrato due anni fa tanti paesini di montagna tra Marche, Lazio e Umbria, anche se Mezzapesa mira all’allegoria universale. Specie nella scelta dei personaggi femminili: dall’ex maestra ora barista innamorata resa da Teresa Saponangelo alla misteriosa migrante in cerca di protezione col viso spaurito di Sonya Mellah. Qualche nota di commedia rurale/surreale, specie nei duetti con Dino Abbrescia, non ammorbidisce il tema di fondo, svolto da Rubini con spirito da “one man show” cui tutto è permesso sullo schermo. Qualche volta, forse, perfino troppo.

Michele Anselmi

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