MA ROMA E VENEZIA NON AVEVANO FATTO PACE? MANCO PER NIENTE. MONDA PRESENTA LA RICCA FESTA N. 13 E SUBITO ATTACCA BARBERA

L’angolo di Michele Anselmi

Ma non avevano fatto pace la Festa di Roma e la Mostra di Venezia? Così almeno sembrava. Invece, presentando il ricco menù della tredicesima edizione della kermesse romana, 18-28 ottobre, ecco che il direttore Antonio Monda rispolvera un’intervista del 22 agosto a “Vanity Fair” nella quale Alberto Barbera diceva a Malcom Pagani queste parole: (…) «Nel tempo Roma ha dovuto modificare più volte la propria identità e ridimensionare le proprie ambizioni. Contestualmente, forse anche grazie alla concorrenza, Venezia si è data una scossa e ha investito, ha rinnovato, è tornata a essere un appuntamento imperdibile». Ergo: «Roma intanto è diventata una bella festa per il pubblico, con una dimensione prevalentemente locale. Siamo fuori dalla conflittualità, sono ambiti diversi».

Apriti cielo. Monda, che vive a New York, parla a tu per tu con Martin Scorsese e si sente forse “glocal” ma non “local”, scandisce con cura: “Barbera dice che la Festa è “una cosa locale”. Stupisce una simile scivolata di cattivo gusto. Una scivolata anche nei confronti di un’intera città. Credo che Barbera abbia fatto confusione: quando parla di “cosa locale” è ciò che vorrebbe che noi fossimo». Qualche minuto prima aveva servito l’antipasto, così: «C’è una leggenda metropolitana, secondo la quale Venezia ha i film che poi vincono gli Oscar. Non è vero: “Moonlight”, per dirne uno, sta lì a dimostrarlo». Applausi in sala, sotto lo sguardo un po’ rassegnato di Laura Delli Colli, da qualche mese vicepresidente della Fondazione Cinema per Roma dopo l’addio di Piera Detassis.

Forse è inevitabile che vada così. La Festa di Roma nacque nel 2006, per iniziativa di Walter Veltroni e Goffredo Bettini, con ambizioni piuttosto aggressive nei confronti della Mostra veneziana, di decisa concorrenza, contando su budget all’epoca enormi, fino a 15 milioni di euro; e dal Lido l’allora direttore Marco Müller rispose che la Festa era sostanzialmente fatta «con gli scarti di Venezia» (poi anche lui finì all’Auditorium quando cambiò il vento politico e s’inventò la formula “Festaval”, cioè Festa+Festival). Schermagliette un po’ usurate, a loro modo “locali”, e tuttavia il fuoco cova ancora sotto la cenere , a quanto pare, se ogni volta rispuntano nel ping-pong mediatico.

Ciò detto, la cronaca della conferenza stampa odierna, in una Sala Petrassi piena come un uovo, registra un tifo quasi da stadio per il direttore Monda, la vicepresidente Delli Colli, più tutti gli altri variamente coinvolti nell’organizzare la manifestazione cinematografica quirite (Francesca Via, Cristiana Caimmi, i selezionatori, i consiglieri d’amministrazione, eccetera). I ripetuti battimani punteggiano annunci e commenti, non si capisce sempre bene perché; però bisogna riconoscere al direttore, alle prese col suo secondo mandato, un’apprezzabile dote della sintesi rispetto all’omologo Barbera. Il tutto, domande e risposte comprese, dura infatti meno di un’ora, mentre dallo schermo occhieggia una celebre immagine di Peter Sellers nei panni del pasticcione ispettore Clouseau, con tanto di cappellaccio, trench bianco e pistola.

Monda identifica tre parole-chiave per questa tredicesima edizione: Donna, Memoria, Cinema del reale. Se ne può aggiungere una quarta: Noir. Insomma il poliziesco, da ridere o serissimo, come fonte inesauribile di storie sulla natura umana, e anche come genere trasversale da lanciare in questa sorta di cine-arena pop, definita «internazionale e per la città, raffinata e popolare».

Il programma si può riassumere così: 50 tra prime mondiali, internazionale ed europee; 31 Paesi rappresentati; 2 premi alla carriera, nelle persone di Martin Scorsese e Isabelle Huppert; “incontri ravvicinati” in quantità, da Cate Blanchett a Sigourney Waver, da Mario Martone a Thierry Frémaux, da Jonathan Safran Foer alle sorelle Rohrwacher; più omaggi vari agli artisti recentemente scomparsi: Vittorio Taviani, Carlo Vanzina, Stelvio Cipriani.

Molto densa di titoli, una quarantina, la “selezione ufficiale”, con l’americano “7 sconosciuti a El Royale” di Drew Goddard che apre la Festa e “Notti magiche” di Paolo Virzì che la chiude. In mezzo film come l’atteso “Fahrenheit 11/9” di Michael Moore sull’America di Trump, il crepuscolare “The Old Man & The Gun” di David Lowery che segna il congedo attoriale di Robert Redford, il malinconico “Stanlio e Ollio” di Jon S. Baird, il drammatico “Kursk” di Thomas Vinterberg. Quanto all’Italia, di Virzì s’è detto, altri tre film sui quali Monda molto punta sono: “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis, “Diario di tonnara” di Giovanni Zoppeddu, “Corleone. Il potere e il sangue” di Mosco Levi Boucault.

Ci saranno pure Fabio Rovazzi e Shel Shapiro: il primo, tra una pubblicità e l’altra per la Fiat, parlerà di sé; il secondo ci spiegherà il Sessantotto attraverso i “musicarelli”. Non ci saranno invece film targati Netflix, quelli vanno quasi tutti a Venezia, anche se Monda precisa: «La mia posizione è di assoluta apertura». Meno male. L’amico Frémaux, direttore del festival di Cannes, non sarà contento.

Michele Anselmi

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