SOLO 2 SALE IN ITALIA PER “22 LUGLIO”, NETFLIX PREFERISCE COSÌ SOPRAVVIVERE AL MASSACRO DI UTØYA. GREENGRASS ONESTO

L’angolo di Michele Anselmi

Giusto? Sbagliato? Vai a saperlo. A occhio prepariamoci a un nuovo capitolo della polemica attorno a Netflix e alle sue modalità di distribuzione dei film nelle sale. Come segnala il critico/giornalista Pedro Armocida su Facebook, “22 luglio” di Paul Greengrass, a poco più di un mese dal suo passaggio in concorso alla Mostra di Venezia, esce oggi, giovedì 11 ottobre, in soli due cinema italiani: il Lumière Cineteca di Bologna (solo alle 20) e il 4 Fontane di Roma (solo alle 22). Due di numero. Un’uscita, appare del tutto evidente, pressoché simbolica, fittizia verrebbe da dire, forse solo affidata all’iniziativa dei due cinema; ma è anche vero che il film dal 10 è visibile sulla piattaforma Netflix. E Netflix, non bisogna dimenticarlo, significa: 125 milioni di utenti in 190 paesi; 86 film distribuiti nel 2018; 11,5 miliardi di dollari investiti in produzione; il valore in Borsa triplicato negli ultimi 5 anni (da “El País”).
Magari andrà meglio, nei prossimi mesi, con “La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Coen e con “Roma” di Alfonso Cuarón, anch’essi targati Netflix ma più gettonabili; però è evidente che, sulla delicata questione, si sta giocando una partita di principio piuttosto aggressiva, con molti esercenti infuriati decisi addirittura a boicottare i film distribuiti dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti (fu lui a forzare la situazione con “Sulla mia pelle”) e parecchi registi e produttori attratti dalle nuove possibilità offerte dalla società americana (il cine-panettone “Natale a cinque stelle” di Marco Risi si vedrà solo sul piccolo schermo).
Ciò detto, non saprei proprio dire che tipo di richiamo possa esercitare sugli spettatori italiani, esposti in queste settimane a un’insensata raffica di uscite cinematografiche, il film del britannico Greengrass, già regista in passato di titoli interessanti, legati a fatti realmente accaduti, da “Bloody Sunday” a “United 93”, da “Green Zone” a “Captain Phillips”.
Il 22 luglio in questione è quello, tragico, del 2011, quando il 32enne estremista dell’ultradestra norvegese Anders Behring Breivik, uno che si credeva un Templare cristiano, uccise a freddo 77 persone e ne ferì oltre 300: prima facendo scoppiare una bomba a Oslo a un passo dagli uffici del premier laburista; due ore dopo, travestito da poliziotto, sterminando decine di ragazzi indifesi in campeggio sull’isoletta di Utøya.
Greengrass si affida a un libro di Asne Seierstad, “Uno di noi”, incentrato sulle vicende personali di un sopravvissuto alla strage, per costruire, nell’arco di circa 140 minuti, la sua storia di tensione in bilico tra ricostruzione meticolosa e indagine psicologica. È il giovane Viljar, centrato da proiettili all’occhio destro, a un braccio e a una gamba, il “miracolato” al quale il film affida il compito di cucire insieme la ricostruzione degli eventi tragici e il successivo processo che portò alla condanna all’ergastolo del terrorista pronto a uccidere “marxisti, liberali, figli dell’élite” per rivendicare “la fine dell’immigrazione e del multiculturalismo”.
Nell’incipit il film ricrea con stile secco, rapido, l’impressionante carneficina, per concentrarsi più distesamente sul “dopo”: c’è Viljar appunto, descritto nel suo doloroso ritorno alla vita in attesa di deporre in tribunale contro il fanatico killer sovranista che pretende di mettere la Norvegia sotto processo; c’è la sua famiglia, indecisa sul da farsi, la madre è sindaca di una cittadina in mezzo ai ghiacci; c’è l’avvocato di Breivik, un democratico costretto a difendere il “mostro” mentre al suo telefono fioccano le minacce; infine c’è il premier socialista Jens Stoltenberg che si scusa riconoscendo le falle della polizia e dei servizi segreti.
Onesto, severo, non retorico, con piglio da reportage, interpretato da bravi attori norvegesi purtroppo costretti a recitare in inglese nella versione originale, 22 luglio non sfigurò nel concorso veneziano aperto ai cosiddetti generi e sensibile ai gusti popolari. Nondimeno Greengrass ha fatto di meglio al cinema, ma il film, il cui approdo su Netflix è forse il più giusto e ragionevole, è comunque da vedere.
PS. Sulla strage di Utøya esiste già un film norvegese, pure dal titolo simile, “U – July 22”, diretto da Erik Poppe.

Michele Anselmi

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