I giovani in piazza hanno solo ragione

Non è un nuovo ’68. Ma hanno ragione da vendere questi ragazzi a sfilare contro il governo gialloverde, accusato di non pensare al loro futuro. Quando scendevamo in piazza noi cinquant’anni fa, mio Dio quanto tempo è passato!, la contestazione era contro il mondo degli adulti, imputati di soffiare sulla repressione e combattere in Vietnam. Eravamo indottrinati dalle letture di Marcuse e Don Milani e le grida che si alzavano erano per inneggiare a Lenin, Marx e Mao Tse Tung. I giovani di oggi di quelle vicende sanno poco o nulla. Non sono ideologizzati e non chiedono rivoluzioni. Ce l’hanno col governo perché nel contratto 5 Stelle-Lega i fondi per scuola e università sono così scarsi che non serviranno neppure a riparare i soffitti che crollano. Sto realizzando un documentario sui nuovi movimenti giovanili filmandoli dal nord al sud del paese e colgo l’occasione per offrire ai lettori del Fatto qualche spunto. Non se se avete visto i loro volti nei vari Tg, che nei commenti hanno esibito la solita superficialità. Sono ragazzi e tantissime ragazze, animati da una carica che genera entusiasmo. Nel  ’68 sfilavano soprattutto universitari e liceali. Oggi invece è sceso in piazza un numero sorprendente di giovanissimi dei primi anni delle superiori, contando sull’astensione di molti docenti che non hanno fatto lezione per favorire le manifestazioni. Sono ragazzi che, per fortuna, non sono guidati da alcuna dottrina, né da alcun maître à penser. Hanno in odio i partiti, nessuno escluso. A Torino hanno bruciato le effigi di Salvini e Di Maio, il che mi ha colpito perché molti di loro hanno votato 5 Stelle. Uno dei ragazzi intervistati ha detto che a dare fuoco erano giovani del Pd. Ho i miei dubbi che esistano dei giovani che ancora militino nelle fila di quella moribonda accozzaglia. I sociologi, presi alla sprovvista, si sono affrettati ad approntare una nuova mappatura del mondo studentesco. Non sapendo fare di meglio, si sono limitati a scrivere di una nuova gioventù ”liquida”, cercando di definirne l’identikit. Troppo comodo citare il sociologo-filosofo polacco Zygmunt Bauman, che ha usato le metafore di liquido e solido, per circoscrivere l’universo adulto, immerso in una quotidianità senza punti fermi. Sicuramente i ragazzi di oggi non vivono la sessualità come gli adulti. Infatti la loro identità potremmo definirla più che liquida “plurima”, aperta a esperienze alternative. E’ il caso di una quindicenne di Milano, la quale ha chiesto di riprenderla di spalle per non essere riconosciuta. Ha raccontato che da due anni è innamorata, corrisposta, della sua compagna di classe. L’ha confessato alla madre, che l’ha pregata di non dirlo al padre perché non la capirebbe. “Mio padre è uno stronzo”, ha concluso. Ed è volata via. Dietro di lei un gruppo di ragazze ha alzato un cartello contro il Papa, reo di aver tuonato contro l’aborto: “Sicario sei tu!”.  Se dunque è vero che questi giovani non seguono ideologie, è altrettanto vero che sono dichiaratamente antifascisti e antirazzisti. Il loro bersaglio preferito è il neo-Duce, lo chiamano così, Matteo Salvini. Ne sanno qualcosa gli studenti del liceo Tasso di Roma, che pochi giorni fa sono scesi in strada per impedire di entrare a un gruppetto di estrema destra, pronto a menar le mani e a distribuire volantini. Un diciottenne di Napoli, con in mano una copia del Manifesto (cosa rara perché la stragrande maggioranza dei giovani, abituati a navigare, non leggono i giornali), esibisce la prima pagina, dove è scritto che il reddito di cittadinanza è in realtà un “reddito di sudditanza”. Gli chiediamo cosa voglia dire. Risponde che la pretesa di aiutare la povertà sarà accompagnata da un sistema di controllo degno della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’est. Se la prende con il governo, che dovrà schedare gli aventi diritto per verificare che non ci siano truffatori. Il tema della povertà è molto sentito, come pure la critica all’alternanza scuola-lavoro della “Buona scuola” voluta dal Pd. La maggioranza di questi ragazzi sa che non vivrà nell’agio delle generazioni precedenti. Precarietà e mancanza di occupazioni degnamente retribuite è il futuro che li aspetta. Ecco perché sono così arrabbiati. Siamo di fronte alla nascita di un movimento antiautoritario e positivamente anche un po’ anarchico, che ha sete di esperienze collettive e si batte contro le disuguaglianze. Lo dimostra la passione con cui si sono radunati a vedere il documentario su Stefano Cucchi, inveendo contro la brutalità dei carabinieri, simile a quanto accadde nel 2001 nella tristemente famosa caserma di Bolzaneto. Quando alla fine della proiezione viene annunciato che i colpevoli finalmente pagheranno si è alzato un applauso scrosciante. Qualcuno ha anche pianto.

Roberto Faenza

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