DAL PARAGUAY UN FILM ASPRIGNO E PER DONNE: “LE EREDITIERE”. IL TITOLO NON È DA PRENDERE SUL SERIO, SCOPRIRETE PERCHÉ

L’angolo di Michele Anselmi

Il cinema latino-americano ha ricominciato a vincere i festival, vedi il messicano “Roma” di Alfonso Cuarón alla recente Mostra di Venezia, a pigliare premi rappresentativi agli Oscar, soprattutto ad essere distribuito fuori dai confini nazionali. Lucky Red, per esempio, manda nelle sale, in questo giovedì 18 ottobre devastante per numero di uscite (13), “Le ereditiere” che arriva dal Paraguay. Il nome del regista, Marcelo Martinessi, classe 1973, qui al suo debutto nel lungometraggio, dirà poco o niente al grande pubblico; come quello dell’attrice Ana Brun, premiata lo scorso febbraio con l’Orso d’argento alla Berlinale per la migliore interpretazione femminile. Tuttavia il film merita una visita, anche se non saprei dire, con l’aria che tira, chi correrà a vederlo. Forse un pubblico femminile, abbastanza agé e colto, interessato a vedere qualcosa che lo riguarda.
“Le ereditiere” è un titolo da leggere per antifrasi, con una punta di ironia, nel senso che le due donne in questione non se la passano tanto bene, benché appartengano a una classe che fu privilegiata, sempre favorita dai regimi autoritari, spesso golpisti, succedutisi in Paraguay.
Siamo ad Asunción, la capitale del Paese, dove Chela e Chiquita, entrambe discendenti di famiglie agiate, convivono da una trentina d’anni. Unite da un rapporto d’amore lesbico, così almeno pare di capire, le due sessantenni devono fare i conti con un tracollo finanziario; per questo vendono un po’ alla volta i pezzi più preziosi del loro mobilio, più quadri, piatti, oggetti e argenteria.
Quando Chiquita, la più coriacea e vitale della coppia, finisce in carcere per frode, la remissiva e umiliata Chela per arrotondare s’improvvisa tassista al servizio di un gruppetto di anziane signore benestanti: in fondo perché non usare la vecchia Mercedes, altro status-symbol prossimo alla cessione, ferma in garage?
Nell’arco di 97 minuti, “Le ereditiere” racconta il curioso ritorno alla vita di Chela, una donna compressa e infelice, come bloccata nel ricordo di una bellezza sfiorita e degli agi passati, incline a non farsi notare per non dover spiegare. Mentre ricche acquirenti visitano la sua casa per vedere ciò che resta di bello sotto lo sguardo di una domestica ormai complice, la “tassista” sembra turbata dall’incontro con la giovane Angy, disinibita, volitiva e forse bisessuale. L’unica che forse la capisce.
Viene ogni tanto da pensare alle buffe carampane di “Pranzo di ferragosto” vedendo “Le ereditiere”, anche se il contesto qui è decisamente più drammatico, e c’è poco da ridere. La tinta dei capelli, le rughe sul collo, il corpo che si dilata, le visite in prigione, le partite a carte e i pettegolezzi delle ricche comari, il vassoio prediletto ricolmo di bibite e oggetti familiari, la ricerca di un controllo destinato a sbriciolarsi nel confronto con l’esterno, soprattutto l’assenza di uomini…
Il film, minimalista e asprigno, ermetico e simbolico, tutto giocato sul filo di un silenzio osservatore, custodisce un finale aperto da non svelare qui. Ana Brun è Chela, Margarita Irún è Chiquita, Ana Ivanova è Angy: tutte e tre perfettamente intonate al clima malinconico della storia.

Michele Anselmi

Lascia un commento