ALLA FESTA IL PRIMO FILM ITALIANO CON “IL VIZIO DELLA SPERANZA”. LA MATERNITÀ REDIME L’ABIEZIONE SULLE RIVE DEL VOLTURNO?

La Festa di Michele Anselmi (2)

In esergo c’è una frase di Giorgio Scerbanenco, il grande scrittore di polizieschi morto nel 1969. Recita: “…perché anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente”. Solo che non siamo nei quartieri milanesi dell’Ortica o del Giambellino, bensì alla foce del fiume Volturno, giù in provincia di Caserta, a un passo dalla statale Domiziana, dove proliferano le cosiddette “connection house” popolate di prostitute africane. In un clima quasi post-apocalittico: tra degradazione e sfruttamento, traffici criminali e miseria diffusa.

Al suo quarto film, due anni dopo “Indivisibili”, Edoardo De Angelis torna a immergersi una delle tante storie possibili figliate da quella terra insieme terribile e suggestiva. “Il vizio della speranza”, accolto nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma e nelle sale con Medusa dal 22 novembre, è un titolo che non va preso per antifrasi, nel senso che custodisce un finale positivo, forse pure troppo, incarnato da un caldo e rassicurante Presepe vivente. Ma certo prima di arrivare all’epilogo di quieta speranza la protagonista Maria deve fare i conti con un feroce campionario di brutture, angherie, sofferenze.
Al servizio della bieca “madame” ZiMarì, la giovane donna è una specie di Caronte che traghetta ragazze incinte al nono mese, quasi tutte di colore, verso un sordido centro a un passo dal mare dove partoriranno e saranno subito private dei neonati già venduti a famiglie benestanti. Stretta nel suo giaccone di lana a quadri e sempre scortata da un pitbull femmina, Maria vive quella sorta di Purgatorio come un lavoro “normale”: è sbrigativa, cinica, risoluta, non tradisce emozioni. Finché non si scopre pure lei in attesa di un figlio, e a quel punto sarà arduo consegnare al ginecologo prezzolato la donna, Fatima, che all’ultimo momento ci ha ripensato.
Maria si dà alla macchia. È confusa, tormentata, viene accolta in una piccola comunità di puttane nere a patto che si venda, scappa ancora nel freddo di un Natale incipiente, alla fine si riconsegna al proprio destino. E se fosse lei, a quel punto, a dover rimpiazzare il neonato mancante, a pagare per l’affare mancato?
De Angelis scrive sulle note di regia: “La terra genera, la terra ospita, la terra lascia prosperare e poi sovrasta il corpo morto, il vento soffia sul fuoco e spinge l’acqua del fiume verso la terra, per ravvivarla”. Confesso di non aver capito bene il senso della frase, ma di sicuro il regista napoletano, classe 1978, è fedele al proprio mondo di riferimento: così fangoso, rigido, deprimente, “sgarrupato”. Dove, per dirla con una delle tanti canzoni di Enzo Avitabile che scandiscono i 100 minuti di film “l’ammore è solo ‘na parola”.
Trapunto di riferimenti religiosi e immaginette sacre, “Il vizio della speranza” è un girone dantesco redento da un sogno di maternità che, nel suo essere così ancestrale e ribelle, frantuma quanto appare già scritto dagli eventi. Il tutto immerso in paesaggio da discarica diffusa, tra carcasse di case e di animali; un grigio costante, deprimente e piovoso vivacizzato solo da qualche scritta al neon, quel “Volturno yacht club” anacronistico, e da lunghi fili di lucine led distesi dovunque.
“Ti è venuta questa stronzata della speranza, ti sei fatta contagiare” teorizza la madame ingioiellata ed eroinomane, sicura di avere Maria in proprio potere. Non sarà così, grazie all’aiuto di un ex giostraio raddrizzatorti, tal Carlo Pengue: col suo spolverino marrone fino ai piedi e il suo sguardo buono, l’uomo compirà un doppio miracolo.
Scritto dal regista con Umberto Contarello, il film è randagio, cupissimo, di un realismo poetico (a un certo punto spunta anche un cavallo nero sulla spiaggia) che aspira all’allegoria pur nel descrivere le peggiori nefandezze umane. Che De Angelis abbia messo a punto uno stile personale mi pare fuori discussione; ma, un po’ come succedeva con “Indivisibili”, un sovrabbondante manierismo estetico nel ritrarre l’abiezione, qui senza affondi surreali, mostra la corda, appiattendo il film su una sola dimensione espressiva. Sarà anche per questo che la Mostra di Venezia non l’ha preso?
Pina Turco, compagna di De Angelis nella vita, riempie ogni fotogramma di sé nel ruolo altamente simbolico di Maria: l’anti-eroina imperturbabile redenta dalla maternità, la giovane donna per la quale “niente è scritto” (ricorda vagamente la tosta Jennifer Lawrence di “Un gelido inverno”). Marina Confalone e Massimiliano Rossi incarnano invece i due estremi opposti: il Male che si compiace di sé nell’esercitare nuove forme di schiavismo; il Bene che si nasconde ai bordi del fiume tossico, dove la pietà non è del tutto morta.

Michele Anselmi

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