IN “FAHRENHEIT 11/9” MICHAEL MOORE VEDE TRUMP COME HITLER (L’ELOGIO DELL’ATTIVISMO SPONTANEO È UN PO’ A 5 STELLE)

La Festa di Michele Anselmi (3)

Al netto della battutine su Salvini, Di Maio e Berlusconi, ampiamente anticipate venerdì sera a “Propaganda Live” e ripetute oggi alla Festa del cinema di Roma, Michael Moore nutre un sentimento piuttosto apocalittico nei confronti di quanto sta succedendo oggi negli Stati Uniti, visti né più né meno come una sorta di “Trumpland”. Nel suo nuovo documentario intitolato “Fahrenheit 11/9”, quasi a ribadire una continuità tematica con “Fahrenheit 9/11”, il rovesciamento delle cifre indica infatti un’altra data cruciale: non più l’11 settembre del 2001, cioè l’assalto islamista alle Torri Gemelle, bensì il 9 novembre del 2016, il fatidico giorno che vide l’ascesa alla Casa Bianca di Donald J. Trump.
Bisogna riconoscere al 64enne documentarista nato a Flint, Michigan, di aver previsto con largo anticipo il trionfo del magnate newyorkese, intuendo per tempo il clima che si stava creando nel suo Paese contro le élite al potere, democratiche e repubblicane, quel mix di rancore sociale, di confuso patriottismo e di frustrazione economica riscontrabile anche nella vecchia Europa. Ne è uscito un documentario d’attacco di oltre due ore che costituisce quasi una summa, estetica e tematica, del cinema “di denuncia civile” praticato da Moore.
Dopo l’anteprima alla Festa di Roma, lo si potrà per vedere nelle sale per tre giorni (22-23-24 ottobre) con Lucky Red e più avanti in prima serata tv su La7. Com’è? Eccessivo e affilato, fazioso e toccante. Di sicuro troppo lungo, pure assai divagante. Il regista lo definisce “una storia sulla speranza e sulla falsa speranza che ci è stata data”, ma in realtà gli Stati Uniti che escono da “Fahrenheit 11/9” sono una nazione già piegata da un nuovo fascismo soft: Costituzione svuotata, istituzioni screditate, giornali e tv distratti o ricattati, urne disertate dal cosiddetto partito del non-voto (100 milioni di cittadini), soprattutto un presidente con ambizioni da dittatore a vita.
Moore la vede così, sicché costruisce il suo film come un collage di fatti, a tratti piuttosto slegati l’uno dall’altro, che contribuiscono a definire lo scenario allarmante: al punto da suggerire un funereo quanto incongruo paragone “storico” tra la vittoria elettorale di Trump e la presa del potere di Hitler, tra il crollo delle Torri Gemelle del 2001 e l’incendio del Reichstag del 1933.
Moore lo conoscete, dà il meglio di sé, al cinema, quando usa l’ironia e lo sfottò anche nell’evocare eventi drammatici. Infatti il suo film parte spigliato e divertente, siamo a Filadelfia il 7 novembre 2016, descrivendo l’euforia un po’ insensata che si respira al quartiere generale di Hillary Clinton. Basteranno poche ore per rovesciare quel clima festoso, trasformandolo nel suo fosco contrario: perfino Trump pare essere colto di sorpresa, la sua celebre sfilata sul palco, senza un discorso preparato e tra facce smarrite, sfodera quasi un elemento di tristezza. Di vergogna, secondo Moore.
L’affresco è un “j’accuse” che non risparmia nessuno: per primo Trump e il suo mondo, tra comportamenti imbarazzanti, razzisti, maschilisti e tributi da pagare ai poteri forti che l’hanno finanziato; ma anche Hillary Clinton, Barack Obama, l’intera classe dirigente del Partito democratico, con l’eccezione di Bernie Sanders, costretto a fare un passo indietro a causa di presunti brogli subiti alle primarie nei vari Stati.
“Come cazzo è successo?” la domanda retorica che alimenta il racconto al vetriolo nel quale confluiscono argomenti e paradossi cari al documentarista di “Roger & Me” (il suo più bello in assoluto). Ecco l’acqua di Flint avvelenata dal piombo nell’incuria irresponsabile del governatore repubblicano Rick Snyder; ecco l’attacco alla cinica industria delle armi, la Nra, specie dopo il massacro del febbraio 2018 nella scuola di Parkland, Florida; ecco soprattutto, a sorpresa, l’amara fotografia di un Obama che sente vacillare il consenso e sperimenta “trovate” da guitto.
Ormai deluso dalla sua stessa parte politica, Moore crede solo “nell’attivismo spontaneo”, cioè nella tosta capacità di organizzarsi degli studenti, degli insegnanti, nell’aspra vitalità dei candidati alla Camera venuti dal basso, estranei ai consueti giri della politica professionista.
A pensarci bene, più o meno quanto in Italia hanno provato a fare, nel bene e nel male, i Cinquestelle, anche se Moore probabilmente non lo sa. Come non sa che quel Partito democratico americano, ritratto come incollato al potere, pavido e incapace di scaldare i cuori dei cittadini arrabbiati, somiglia terribilmente a quello italiano.

Michele Anselmi

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