Il cinema e il meraviglioso. Una raccolta di saggi racconta Richard Fleischer

“Piovre, vichinghi e ladroni. Le 20.000 fantasie hollywoodiane di Richard Fleischer” (Falsopiano, 2017) è uno di quei libri di cinema da recuperare non soltanto per lo straordinario soggetto della sua analisi, davvero uno dei registi meno compresi del periodo d’oro di Hollywood e oltre, ma anche per la completezza e la serietà dei materiali messi disposizione dal curatore Alberto Morsiani e dai collaboratori che ha scelto per questa lunga carrellata ad uso di cinefili di razza.

Già il selezionare un preciso percorso e fare una selezione nella filmografia di Fleischer indica un punto di vista: come ha proceduto in questo senso?
A.M.: Fleischer ha diretto cinquanta film, dunque era necessario fare una selezione di titoli. Oltre al mio saggio introduttivo che tratta, anche se brevemente, tutti i film, ho coinvolto nella redazione del libro alcuni bravi critici amici miei a cui ho affidato, anche a seconda delle preferenze e delle competenze di ognuno, uno o più titoli da approfondire, scelti naturalmente tra i più rappresentativi. Nel volume dunque si ritrovano ampie analisi di almeno una quindicina dei film del regista.

All’interno del percorso del regista, il periodo Fox più del precedente Rko mette in chiaro poetica e prassi del cinema fleischeriano. Parliamo di questo?
A.M.: Il periodo di Fleischer alla Fox va dal 1955 di “L’altalena di velluto rosso” al 1970 di “Tora! Tora! Tora!” attraverso dodici titoli inframmezzati però dal lavoro per altri produttori, tra i quali ad esempio Dino De Laurentiis per “Barabba” e Kirk Douglas per l’eccellente “I Vichinghi”. Certo Fleischer alla Fox ha trovato un terreno ideale, il Technicolor e il Cinemascope, un formato da lui tanto amato e portato alla perfezione, ma anche prima e dopo il periodo Fox Fleischer ha diretto molti ottimi film, confermandosi un autore perfettamente integrato a tutti gli studios a cui ha collaborato.

In molti fanno ancora fatica a decidere se il regista di “Frenesia del delitto” sia un mestierante oppure un autore. Come spiega questo fatto? Si può dire che Fleischer abbia fatto più film di quanti dovesse?
A.M.: Nell’ultima parte della carriera, diciamo dopo il 1975 di “Mandingo”, tramontato lo studio system, sicuramente Fleischer ha conosciuto un calo di qualità. Però ha mantenuto un livello di professionismo invidiabile fino alla fine. Per me è il classico autore di studio, e non è un ossimoro. E uno sperimentatore che ha usato tra i primi ogni nuovo espediente tecnologico dell’industria.

L’eredità paterna per Fleischer sembra sottendere quella ricerca del meraviglioso e del racconto per il racconto che è anche la sua cifra distintiva. Possiamo parlarne?
A.M.: L’uso del colore, particolarmente esaltante, e la propensione per intrecci fantasiosi, il gusto per il fantasy, l’immersione nell’avventura, certamente sono in parte debitori del lavoro d’animazione del padre e dello zio. Non è un caso se l’acerrimo rivale dei Fleischer, Walt Disney, lo abbia voluto per dirigere il suo primo kolossal non d’animazione, il favoloso “20.000 leghe sotto i mari”.

“L’altalena di velluto rosso” e “I diavoli del pacifico” sono alcuni dei migliori titoli del regista. Qual è la loro caratteristica distintiva?
A.M.: “L’altalena” è un melodramma a forti tinte, con cromatismi sfavillanti, che inaugura la serie di film che Fleischer ha tratto da celebri casi di cronaca nera. “I diavoli” segna il provvisorio ritorno al bianco e nero dei primi noir RKO ed è un film bellico con un forte motivo edipico, sopra la media del genere.

Si potrebbe affermare che, al di fuori del meccanismo dello studio system, Fleischer abbia perso parte del suo smalto. Ciò fa di Fleischer un regista che non ha saputo adattarsi al nuovo corso di Hollywood?
A.M.: La perdita del riferimento sicuro dello studio system, a partire dagli anni ’70, ha messo in crisi non solo Fleischer ma quasi tutti i registi hollywoodiani tradizionali. Almeno lui, a differenza di tanti altri, è riuscito a continuare a lavorare fino alla fine.

A nostro personale avviso, Fleischer ha dato il meglio di sé sul terreno del thriller. Quali specifiche qualità rendono i suoi titoli del genere così distintivi?
A.M.: Io amo i suoi piccoli thriller alla RKO tra i ’40 e i ’50. Qui lavorava con un altro grande regista pure di origine europea, Anthony Mann. Alcuni film, come “Sterminate la gang!” e il più celebre “Le jene di Chicago”, sono dei capolavori. Anche in seguito Fleischer, nel genere thriller, ha dato dei film superbi, come “Sabato tragico” (1955), “Frenesia del delitto” (1958), “Lo strangolatore di Boston” (1968), “L’assassino di Rillington Pace n. 10” (1970), “Il boss è morto” (1973), “A muso duro” (1973). Le sue doti maggiori la concisione, la mancanza di ogni sentimentalismo, l’uso strepitoso dell’inquadratura. Ma un po’ in tutti i generi Fleischer ha offerto prove sontuose.

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