JAN PALACH, UNA TORCIA UMANA CONTRO IL PATTO DI VARSAVIA. UN BEL FILM ALLA FESTA, POSTI VUOTI ALL’ANTEPRIMA STAMPA

La Festa di Michele Anselmi (6)

D’accordo, la fine è nota. Nel pomeriggio del 16 gennaio 1969 il ventunenne Jan Palach, in segno di estrema protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, arrivò a piedi in piazza San Venceslao, nel centro di Praga, si fermò ai piedi della scalinata del Museo nazionale, si cosparse il corpo di benzina dopo aver bevuto un bel po’ di etere e si appiccò il fuoco con un fiammifero. Non morì, nonostante le ustioni micidiali. Rimase lucido durante i tre giorni di agonia. Ai medici disse d’aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam.
Un film di Robert Sendláček, classe 1973, ricorda ora la breve vita di quel giovane studente di filosofia trasformatosi in torcia umana per scuotere il proprio Paese dall’indifferenza. Purtroppo altri sette compagni seguirono il suo esempio, aderendo a un movimento di “morituri” forse mai davvero esistito, e tuttavia il regime collaborazionista dei sovietici, succeduto quello del riformista slovacco Alexander Dubček durato appena otto mesi tra il gennaio e l’agosto del 1968, riuscì a celare gli eventi.
Bene ha fatto la Festa di Roma ad accogliere “Jan Palach” nelle selezione ufficiale, e non solo perché a pochi metri dall’Auditorium, nel cuore del Villaggio Olimpico, ci sono una piazza e un monumento che ricordano il sacrificio del giovane anticomunista. Purtroppo l’anteprima stampa alla Sala Petrassi ha registrato molti vuoti in platea, probabilmente a causa dell’argomento, ritenuto poco accattivante sul piano storico o di scarso interesse cinefilo.
Peccato, perché il film non è brutto, anche se difficilmente lo vedremo distribuito in Italia. Due gli anni presi in esame dal regista. Si parte nel 1967, quando Palach (si pronuncia con l’accento sulla seconda “a”) mostra i primi segni di insofferenza durante un campo estivo del Komsomol, l’Unione della gioventù leninista, nel cuore del Kazakistan. “Nel socialismo c’è sempre qualcuno che ti controlla” sospira il giovanotto all’amico russo che gli regala un accendino a forma di pallottola.
Il fuoco, evocato tragicamente con le immagini di un bonzo buddhista devastato dalle fiamme o per ridere con una comica di Stanlio e Ollio, attraversa un po’ tutto il film, come una premonizione; e intanto il sogno della “Primavera di Praga” si spegne sotto i cingolati del Patto di Varsavia, mentre Palach vive in una prospettiva sempre più cupa, pur tra amori e amorazzi, occupazioni universitarie, illusioni ideali e qualche livido, il restringersi delle libertà individuali, soprattutto il perfezionarsi di un’occhiuta censura, mentre in Occidente esplode il Sessantotto.
Bisogna essere di quelle parti o aver studiato la materia per cogliere tutti i riferimenti, specie nei nomi citati e nel rosario degli eventi; tuttavia “Jan Palach” non eroicizza lo studente-martire, ne descrive la progressiva e lucida disperazione, specie nell’ultima mezz’ora di film, davvero intensa benché parecchio angosciante: la messa di Natale con l’inno cristiano da noi noto come “Così qual sono”, lo sguardo affettuoso nei confronti della madre iscritta al partito, l’invio di lettere e cartoline agli amici per spiegare il gesto, l’acquisto di due tanichette di benzina al prezzo di 8 corone e 80 centesimi, la bottigliette d’etere per soffrire il meno possibile, la corsa per la piazza mentre il corpo arde atrocemente sotto lo sguardo attonito dei passanti.
Viktor Zavadil incarna con adesione fisica e misura espressiva Jan Palach, facendone un intellettuale tormentato ma non fanatico, che approda a quella scelta suicida nella prospettiva di scardinare una certa gerarchia dei valori tipica della cultura europea, mettendo la propria vita a disposizione di una Causa di incerto avvenire. Eppure qualcosa di buono avvenne dopo quella morte, il mondo non restò indifferente, anche se le didascalie mancanti sui titoli di coda non ce lo fanno capire.

Michele Anselmi

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