STEVE COOGAN E JOHN C. REILLY CHE PRODIGIOSI STANLIO & OLLIO. FILM TOCCANTE, PER NULLA DEPRIMENTE. TEMO IL DOPPIAGGIO

La Festa di Michele Anselmi (7)

Temevo una cosa solo malinconica, un po’ in stile “Triste, solitario y final”, il bel romanzo finto-giallo che l’argentino Osvaldo Soriano nel 1973 dedicò agli ultimi fuochi di Stan Laurel e Oliver Hardy (più del primo che del secondo). Invece “Stan & Ollie”, anzi “Stanlio e Ollio”, è crepuscolare ma non deprimente, affettuoso ma non zuccheroso. Se ne parlava da mesi e bene ha fatto la Festa di Roma a impossessarsene, grazie ai favori della Lucky Red che lo distribuirà in Italia nei primi mesi del 2019.
Semmai c’è da temere per il doppiaggio, perché le “voci” che eternarono da noi il timbro dei due impareggiabili comici non ci sono più e ogni imitazione rischia di scadere nella parodia della parodia. Non succede nella versione originale, dove l’inglese Steve Coogan e l’americano John C. Reilly, rispettivamente Stanlio e Ollio, pure si divertono a pantografare alcuni celebri sketch.
Diretto da John S. Baird su sceneggiatura di Jeff Pope, “Stanlio e Ollio” coglie i due famosi comici, dopo un prologo ambientato nel 1937 mentre girano “I due fanciulli del West”, nella fase del tramonto. Gran Bretagna 1953: due anni prima hanno girato il loro ultimo film tra Francia e Italia, lo sfortunato “Atollo K”, e adesso sono alle prese con una tournée teatrale partita malamente da Newcastle. Spettacoli spesso disertati dal pubblico, alberghi tristi, pochi soldi, in attesa tornare sul set con una commedia su Robin Hood che sembra allontanarsi di giorno in giorno.
Avrete capito: siamo dalle parti di film sul “fattore umano”, come “Marilyn” di Simon Curtis e “Hitchcock” di Sacha Gervasi, in bilico tra la fine di un’epoca e le risorse del talento. Il tutto come sanno fare gli anglosassoni, cioè ricostruendo con cura certosina ogni dettaglio, dagli oggetti al make-up, soprattutto lasciando affiorare, senza soverchie cupezze, il senso del tempo che passa, la forza di un’amicizia quasi “matrimoniale”.
Già, perché sedici anni prima il combattivo Laurel fu licenziato dal produttore storico della coppia Hal Roach, il quale pensò bene di rimpiazzarlo piazzando accanto al conciliante Hardy il comico Harry Langdon per il film “Zenobia – Ollio sposo mattacchione”. Un disastro commerciale. Tre lustri e passa dopo l’episodio sembrerebbe dimenticato; invece, a mano a mano che i due mattatori ritrovano il successo a teatro, specie nelle date londinesi, qualcosa di quel “tradimento” affiora velenoso. Intanto il cuore del 61enne Ollio comincia a fare le bizze e al cinema impazzano Gianni & Pinotto.
“Stanlio e Ollio” poteva essere un film rischioso, anche un po’ inutile o calligrafico, benché la sterminata produzione cinematografica della coppia continui a divertire le generazioni; invece Baird estrae il meglio dai due attori, davvero prodigiosi nel restituire la “chemistry” unica della coppia, anche quel continuo gioco tra vita reale e gag sperimentate.
Lo sketch delle uova soda col sale estratto dalla giacca, la mitica sigla “Dance of the Cuckoos”, il balletto buffo dei “Due fanciulli del West”, la cowboy song “The Trail of The Lonesome Pine”… Il film è trapunto di citazioni e riferimenti, ma il tono generale scansa il compitino cinefilo, e non solo per la prova davvero toccante dei due attori protagonisti, perché i comprimari non sono da meno.
“È stato bello finché è durato, vero Stan?” sospira l’affaticato Oliver all’amico di sempre, prima di tornare con la moglie negli Stati Uniti, dove morirà nel 1957. Laurel lo seguirà nel 1965.

Michele Anselmi

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