IL GIOVANE ZOPPEDDU TESSE L’ELEGIA DELLE TONNARE SICILIANE. NON SI VEDE UNA GOCCIA DI SANGUE, EPPURE ERANO MATTANZE

La Festa di Michele Anselmi (9)

Non si vede una goccia di sangue in “Diario di tonnara” e certo suona un po’ strano, non fosse altro perché la fase finale della pesca dei tonni è chiamata, da sempre, “mattanza”. Il mare ribolle e diventa rosso, mentre, in un crescendo di urla e gesti collettivi, i pesci agonizzanti vengono issati a bordo con gli uncini. La visione non è delle più piacevoli, specie in tempi “politicamente corretti”. Infatti il giovane documentarista esordiente Giovanni Zoppeddu, per differenziarsi sul piano espressivo rispetto al passato, ha spiegato, mostra pudicamente la pratica solo negli ultimi minuti del suo film in anteprima alla Festa di Roma. Il direttore Antonio Monda ci teneva ad averlo; del resto non c’è festival che non provi la carta del documentario d’autore nell’inseguire il cosiddetto cinema del reale.
Zoppeddu raffigura il mondo svanito delle tonnare siciliane in una chiave tra mitologico e sacro. Scrive: “Come poteva un modello millenario scomparire così, nel silenzio, accecato dal mondo industriale? Avrei dovuto assolutamente raccontare tutto questo, per provare a fermare il tempo”. Ci riesce così così. Non che sia brutto il suo “Diario di tonnara”, targato Istituto Luce Cinecittà, semmai troppo poetizzante; e naturalmente Zoppeddu pesca, scusate la battuta, in un ricca tradizione di cinema etnografico legato alle tonnare attraverso l’uso mirato di immagini di repertorio. Qualche titolo sul tema? “Contadini del mare” di Vittorio De Seta, “La Mattanza” di Francesco Alliata, “Tempo di tonni” di Vittorio Sala, le 1092 scene girate da Folco Quilici perlopiù a Favignana, “L’ultima tonnara-mattanza?” di Philip Singer.
“Rivedremo ancora quei palazzi sommersi dove abbiamo lasciato un pezzo del nostro cuore?” si chiede nell’epilogo l’anziano tonnarota Ninni Ravizza, il cui libro di memorie “Diario di tonnara” fa da spunto al documentario. Ravizza esordì nel 1984 come sommozzatore, cioè l’uomo incaricato di scendere sotto’acqua per scrutare l’arrivo dei tonni lungamente attesi, e il film ne fa una sorta di testimone del tempo, trasformando la tonnara di Bonagia (Trapani) in una sorta di emblema universale.
Mischiando interviste e immagini recenti con spezzoni in bianco e nero risalenti agli anni Cinquanta, il sardo Zoppeddu dipinge l’epopea della tonnara siciliana, facendo confluire nel ricordo di Ravizza echi lontani, pure sincretismi arditi: opere dei pupi, processioni religiose, divinità vulcaniche, immaginette sacre issate sulle barche, banchetti sull’aia e funerali, l’affondamento dell’incrociatore Zara nel 1941 e la fatica della vita in mare.
Il narratore parla con accenti affettuosi dello storico “rais Momo”, della ciurma guidata dal capobarca Pio, di una mitica stagione di pesca che un anno terminò con 1.423 tonni e 10 pescispada, anche di “un’industria avida” nella quale presto non ci sarebbe stato più spazio “per il sentimento”.
“La concretezza degli uomini di mare abbraccia rito e sogno” sentiamo dire. Colpiscono per bellezza e dignità le facce antiche di uomini, donne, vecchi e bambini, quando la pesca era l’unica risorsa di vita, la comunità era coesa e l’arrivo di un branco di tonni veniva festeggiato con le campane a stormo. Oggi molto è cambiato nella vita dei pescatori, ma, con tutto il rispetto per i bei tempi andati di “Diario di tonnara”, forse è meglio così.

Michele Anselmi

Lascia un commento