POCO MAGICHE LE NOTTI DI PAOLO VIRZÌ CHE CHIUDONO LA FESTA. UN AFFRESCO SULLA ROMA CINEMATOGRAFARA ANNI NOVANTA

La Festa di Michele Anselmi (10)

Nel suo nuovo film, “Notti magiche”, Paolo Virzì chiama quasi tutti i personaggi per nome. Una sorta di ironica “nomenclatura” ad uso e consumo di chi saprà appiccicare a quei nomi i relativi cognomi, mostrando di aver capito l’antifona. E il pubblico non del ramo? Si arrangi. Il gioco è scoperto, secondo la modalità del “chi è chi” cara al cinema di commedia tendenza affresco, e s’intende che il 54enne regista molto si diverte a mischiare le carte, pescando nella memoria di quegli anni lontani, a cavallo tra Ottanta e Novanta, quando dalla natia Livorno si trasferì nella Roma “cinematografara”, ricolmo di speranze giovanili e sogni di conquista. Il modello di riferimento, per ammissione dello stesso Virzì, è niente di meno che il romanzo “Illusioni perdute” di Honoré de Balzac (sul tema preferirei non commentare).
A dispetto del titolo, “Notti magiche”, invitato a chiudere la Festa di Roma e nelle sale con Raicinema dall’8 novembre, non parla di calcio, benché lo sfondo sia fornito dalla memorabile serata del 3 luglio 1990, quando Serena sbagliò il rigore cruciale. Maradona invece fece centro, permettendo così all’Argentina di azzerare l’Italia sulle gloriose note della canzone-inno “Un’estate italiana” by Gianna Nannini ed Edoardo Bennato.
Proprio in quel momento una lussuosa Jaguar cade nel Tevere a un passo dall’isola Tiberina, dove tutti stanno guardando il finale di partita. Dentro l’auto viene ritrovato il cadavere di un noto produttore dalle alterne fortune, tal Leandro Saponaro, e una Polaroid nelle sue tasche sembra portare a tre aspiranti sceneggiatori che hanno avuto a che fare con lui nelle ore precedenti: l’erudito siciliano Antonino Scordia, l’esuberante toscano Luciano Ambrogi, la tormentata romana Eugenia Malaspina. I primi due squattrinati, la terza ricca assai.
Fermati nottetempo per essere interrogati da un sornione capitano dei carabinieri, i tre appaiono spauriti, confusi, inconsapevoli; naturalmente si parte da lì per un lungo flashback che ricostruisce quelle ultime ore tumultuose e pure gli antefatti, cioè le disavventure del terzetto impegnato in una buffa scalata sociale all’interno del cinema italiano.
Scritto dallo stesso Virzì con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, “Notti magiche” spinge alle estreme conseguenze l’escamotage narrativo “io c’ero”: l’idea è di rievocare quel mondo chiuso e autoreferenziale, pure sgualcito e crepuscolare, fatto di maestri-divinità pronti a vampirizzare i giovani a corte, e tuttavia animato da inquietudini esistenziali che si vorrebbero universali.
Che è un po’ quanto fece Ettore, per usare l’insistito modo colloquiale di “Notti magiche”, con un film come “La terrazza” (1980). Solo che Scola era Scola: il suo ritratto di un piccolo circolo di privilegiati, tra cinema, politica e cultura, sapeva allargarsi a uno sguardo più ampio, compassionevole, romanzesco, di autentica commedia umana; sicché, esaurito lo scherzetto del “chi è chi”, poi ci si appassionava davvero alle palpitazioni amorose del deputato comunista Vittorio Gassman o alle tristi umiliazioni subite dal funzionario della Rai Serge Reggiani (solo per dirne due tra i tanti).
“Notti magiche” non ha, a mio parere, queste qualità, queste densità. I tre aspiranti sceneggiatori, ciascuno dei quali incarna un “tipo” intellettuale e sociologico, sono sballottati da una festa all’altra e rimbalzano come birilli. Il toscano di origine operaria crea compulsivamente alla macchina per scrivere, godendosi ogni fanciulla che gli capita a tiro; la romana tossica e incasinata si fa possedere sul set da un attore francese circonfuso da un’aura maledetta; il siciliano, che pure ha vinto il Premio Solinas con un raffinato progetto su Antonello da Messina, finisce turlupinato dal produttore cialtrone.
E intanto, in un vortice di strizzatine d’occhio per iniziati, tra nomi veri e cognomi ritoccati, comparsate in discoteca di De Michelis e passeggiate di Craxi, si materializza la cine-Roma di quegli anni pacchiani, febbrili, anche parecchio sordidi. Ecco le rimpatriate litigiose al ristorante “Otello alla Concordia” o da “Checco” a Trastevere; ecco il “negriero” di sceneggiatori che allude a Ennio De Concini; ecco una specie di Furio Scarpelli che cita Dickens e Cechov, raccomanda “di guardare fuori dalla finestra” e striglia i suoi allievi con la frase “Voi e il vostro cinemismo… Come si fa a far ridere senza dolore?”; ecco Marcello Mastroianni che frigna nella penombra per essere stato di nuovo lasciato da “quella stronza” di attrice francese; ecco le cene da “Ettore e Gigliola”, da “Vittorio e Rita”, da “Gillo e Picci”; ecco il regista squattrinato e trasteverino che forse è un po’ Giulio Questi; ecco Ornella Muti, dal volto irriconoscibile, che tira su il vestito rosso senza niente sotto per compiacere il giovane fan infoiato; ecco l’inconfondibile avvocatessa Giovanna Cau esperta in contratti; ecco Federico Fellini che gira nella nebbia finta “La voce della luna” con Roberto Benigni e Paolo Villaggio evocati da lontano.
Ci si chiede, naturalmente, chi ci sia dietro l’esagitato produttore Leandro Saponaro, un altro nome scelto non a caso, che Giancarlo Giannini, lasciato a briglia sciolta, restituisce senza misura e convinzione. Cecchi Gori? Di Clemente? Minervini? Juso? “Viperetta”? Vai a sapere.
Alla fine della giostra, storditi dalle corse notturne, dalla fotografia arancione, dalla mitragliata di rifermenti, pure dalle belle musiche di Carlo Virzì, si resta delusi di fronte alla composizione corale, che sarà pure asprigna e non compiacente, ma in buona misura inerte, didascalica, racchiusa nella rischiosa morale detta dal carabiniere ai tre sospettati: “Volete fare gli sceneggiatori ma non sapete fare gli spettatori”. Già.
L’unico a far simpatia, riscaldando il tono emotivo del film, lungo più di due ore, è quell’anziano regista “dell’incomunicabilità”, un po’ Antonioni con tracce fisiche di Monicelli e Risi, che ignora le canzoni dei Pooh ma poi s’intende con la graziosa ragazza di Piombino del tutto disinteressata al cinema.
Il cast è fitto di partecipazioni: da Roberto Herlitzka a Paolo Bonacelli, da Giulio Scarpati a Eliana Miglio, da Andrea Roncato a Paolo Sassanelli; anche se in realtà tutto ruota attorno alle smanie esistenziali dei tre giovani protagonisti, incarnati dagli esordienti – e un po’ si vede – Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere.
Continuo a pensare, in definitiva, che Paolo Virzì dovrebbe tornare a scrivere i suoi film con Francesco Bruni. Qualcosa si sta muovendo in tal senso, leggo.

Michele Anselmi

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