Festa, oppure festival? La kermesse del cinema di Roma è senza identità

Si sono appena spenti i riflettori sulla “Festa del Cinema di Roma” e la domanda che ricorre è cosa diavolo sia. Istituita per volere del Pd di Veltroni nel 2006, si chiamava “Cinema. Festa internazionale di Roma”. Obiettivo non dichiarato, sfidare la “Mostra del Cinema di Venezia”. Seguendo la pratica tipica degli ex comunisti di cambiare nome a ogni soffio di vento, appena due anni dopo la manifestazione muta pelle e si auto battezza pomposamente “Festival Internazionale del Film di Roma”. A fungere da presidente viene nominato il decano dei critici Gian Luigi Rondi, tipica operazione in stile compromesso storico per far contenta l’anima romana centrista e quella di sinistra. A Rondi, Pier Paolo Pasolini aveva dedicato un celebre poemetto: ”sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. Passano pochi anni e viene trovato un nuovo presidente, Paolo Ferrari, ex manager della Warner, che chiama a dirigere il festival Marco Müller, il quale lascia Venezia per Roma. E’ ritenuto tra i migliori esperti, ma non gli viene perdonato il placet della giunta di centro-destra, guidata da Renata Polverini. Infatti appena torna il centrosinistra, viene licenziato e di lì a poco la rassegna cambia nuovamente nome, assumendo l’attuale “Festa del Cinema di Roma”. Un ritorno agli inizi, a voler sottolineare la natura di festa più che di festival. Infatti quest’anno, per volere di Francesco Rutelli, che da ex ministro dei Beni Culturali nel frattempo è stato nominato a capo dell’Anica, l’associazione dell’industria cinematografica, la rassegna è stata accompagnata da uno sfavillio di luci, suoni e installazioni in giro per la città, chiamato “Videocittà”. Dopo una girandola di direttori che si sono alternati nel corso di un decennio, a dirigere la Festa è stato chiamato Antonio Monda, giornalista e scrittore, firma di “Repubblica”, noto per ospitare a New York un cenacolo intellettuale. Tale capacità si è riversata nella dinamica della Festa, la quale ora, più che proiettare film, si è trasformata in passerella di star, tappeti rossi e incontri, come quest’anno è accaduto con Martin Scorsese e Michael Moore. Nonostante il brillare, a parte il quotidiano di cui Monda è collaboratore, la maggior parte delle testate ha criticato l’impostazione di fondo, che a molti non sembra né carne né pesce. Per gli organizzatori 3,5 milioni di budget non bastano e ora ne chiedono di più. La maggior parte è denaro pubblico. Di questi tempi  non sarebbe meglio accontentarsi?  Il “Sole 24 Ore” per la firma di Andrea Martini ha definito la rassegna appena terminata “Una festa molto yankee”, sottolineando che Monda, il quale da anni risiede a New York, sembra avere più un occhio rivolto all’America che a Roma: “sempre più la rassegna sposa il modello salottiero… Scelte sbilanciate frutto di una malcelata casualità hanno confermato uno strabismo che stona in una rassegna metropolitana”. Anche il “Corriere della Sera”, per mano del suo critico Paolo Mereghetti non cela delusione: “evento ancora prigioniero dell’ambiguità (e dei sogni di grandeur) con cui era stato pensato”. E aggiunge: “incontri ravvicinati o le iniziative della neonata Videocittà sembrano fatti più per portare visibilità ai loro organizzatori che non per accendere l’animo di una città che dimostra di avere la testa altrove”. Cristina Piccino sul “Manifesto” con una punta di perfidia si chiede: “ma e i film?”. Un’identità più chiara sembra invece averla la rassegna parallela, “Alice in città”, diretta con passione da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli. Almeno lì si capiscono i fini: stimolare i giovani ad apprezzare il cinema, anziché deturparlo sui tablet o sui telefonini. In realtà i festival stanno invecchiando. Ermanno Olmi prima di lasciarci ebbe a definirli incapaci di “sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche e ai patteggiamenti”. Accade in politica. La casta del  cinema non è da meno.

Roberto Faenza

(Il Fatto Quotidiano del 31 ottobre)

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