Senza lasciare traccia, il nuovo film anticonvenzionale di Debra Granik sulla crescita e la separazione

Immersi tra le radure di Forest Park, alle porte di Portland in Oregon, vivono Will e Tom, un padre veterano di guerra e una figlia in età adolescenziale. La loro è una realtà al limite, governata dalle leggi della sopravvivenza ai confini della società e lontano da occhi indiscreti. Questo fin quando un incontro casuale costringerà i due ad abbandonare il parco per essere affidati ai servizi sociali, i quali li introdurranno in una nuova realtà nei pressi di una fattoria dove Will potrà lavorare e Tom andare a scuola. Purtroppo adattarsi alle nuove abitudini non è così semplice, in particolar modo per Will che fatica a relazionarsi con altri che non siano sua figlia. A un certo punto, il suo malessere lo condurrà a una scelta disperata che Tom inizialmente seguirà, seppur in disappunto, in virtù dell’amore che la lega al padre. Le vicende successive dimostreranno che ogni individuo lotta alla ricerca di se stesso indipendentemente dai legami che costituiscono la sua vita.
Ispirato al romanzo “My Abandonment” di Peter Rock, il film trae ispirazione da una storia realmente accaduta di un padre e una figlia ritrovati nella riserva naturale che costeggia il centro città di Portland. Poco dopo essere stati reintrodotti nella società, i due sparirono nel nulla senza, per l’appunto, lasciare alcuna traccia. Dopo “Down to the Bone”, “Un gelido inverno” e “Stray Dog” la regista Debra Granik continua con l’analisi di coloro che vivono ai margini della società nell’accanito tentativo di conservare la loro indipendenza.
“Senza lasciare traccia” è un film anticonvenzionale che fa del concetto di sopravvivenza il suo punto focale soffermandosi, in particolar modo, sul rapporto dicotomico e intricato tra padre e figlia, inseparabili e necessari l’uno all’altra fin tanto che condividono gli stessi obiettivi. Nella storia, infatti, manca l’antagonista per eccellenza così come siamo abituati a immaginarlo, ma è comunque presente un elemento-contro, ciò che rompe l’ordinario, invisibile, ma ugualmente potente da spezzare il ritmo e condizionare, inevitabilmente, le loro vite. Le pressioni della conformità sociale rappresentano l’elemento di disturbo al quale i due personaggi reagiranno ognuno a suo modo e le loro esistenze, fino ad allora speculari, assumeranno due connotazioni slegate l’una dall’altra. Succederà, d’altronde, quello che succede in tutte le famiglie che si rispettino: una figlia che a un certo punto della sua crescita decide di staccarsi dal ventre, in questo caso paterno, per spiccare il volo e imparare a cavarsela da sola.
Aspetto da non tralasciare è l’inserimento di molti dettagli che appartengono alla cultura regionale dei luoghi che fanno da sfondo e si intrecciano con il resto della narrazione, arricchendo gli stessi personaggi descritti anche in funzione del contesto circostante.
Un film non particolarmente dinamico, ma interessante nel suo genere, in grado di immergere lo spettatore in una realtà non solo diversa dalla propria, ma emotivamente rilevante per colui che riesca a entrare in empatia con i due protagonisti e a provare con loro lo stesso sentimento di ribellione e, allo stesso tempo, di ricerca della propria dimensione. In sala dall’8 novembre.

Stefania Scianni

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