AUGURI A PUPI AVATI PER I SUOI 80 ANNI DA FEDELE DUBBIOSO

L’angolo di Michele Anselmi

Oggi, 3 novembre, Pupi Avati, bolognese, compie 80 anni e gli faccio gli auguri più caldi e sentiti. Penso che sia un bravo regista, soprattutto un sopraffino scrittore di sceneggiature, oltre che un discreto clarinettista (altro che Woody Allen). Ci sono stati anni in cui ci siamo sentiti e frequentati, specie quando lavoravo a “l’Unità” e lui mostrava una certa simpatia nei confronti del mio lavoro di critico e giornalista (lo ringrazio); e ci sono stati anni contraddistinti da una certa freddezza reciproca, forse a causa di alcuni miei appunti equivocati o raccolti, da parte sua, un po’ per sentito dire. Capita.
In ogni caso, apprezzo il suo carattere ispido e romantico al tempo stesso, il suo versante asprigno più che quello nostalgico, anche una certa sincerità estrema, tipica della maturità quando ci sentiamo tutti più liberi, nel dirsi invidioso nei confronti dell’altrui talento cinematografico. Non a caso sul dilemma tra passione e talento ha girato un film interessante che si chiama “Ma quando arrivano le ragazze?” (il jazz era un pretesto per parlare d’altro).
Pupi è, per sua ammissione, fervente cattolico, e questo gli ha provocato, soprattutto nel mondo del cinema di sinistra, qualche pregiudizio immotivato, pure frettoloso. Per questo gli mando i miei auguri citando sua una frase che mi pare profonda, seria, intensa, per nulla auto-assolutoria. Questa: “La mia fede è condizionata dal dubbio, credo che sia la bellezza della fede. Ogni giorno devi perderla e ritrovarla. Se hai capito cos’è la fede, dopo un po’ lo fai di mestiere. Nella mia ingenuità provocatoriamente vado a messa tutti i giorni a cercare Dio e a convincere Dio di esistere, lo ritengo necessario perché solo un Dio ci può salvare. L’ascolto è la dinamica che muove una società. La nostra società non ascolta”.

Michele Anselmi

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