“Boris Karloff”. In libreria la prima biografia italiana dedicata al grande attore

Tra i più grandi attori dell’horror classico, l’inglese Boris Karloff (1887-1969) è quello che meglio di altri è riuscito a svelare la tragica e commovente umanità di fondo di personaggi, spesse volte, mostruosi soltanto apparentemente. Icona assoluta del cinema tout court, il geniale interprete del “Frankenstein” di Whale e di “La mummia” di Freund è al centro di un irrinunciabile volume edito da Profondo Rosso. Prima biografia in lingua italiana dedicata all’attore, “Boris Karloff” è il volume che non può mancare nella libreria di ogni amante del fantastico. Per presentarla degnamente, abbiamo incontrato l’autore, Fabio Giovannini.

“Boris Karloff” è la prima biografia italiana dedicata ad un gigante del cinema non solo dell’orrore. Da dove nasce l’idea? E quali sono state le fonti privilegiate della sua ricerca, anche considerando la grande mole di materiale in lingua inglese oggi disponibile?

F.G.: L’idea nasce dalle ricerche e dagli studi che conduco da anni sul cinema fantastico e gotico, nel tentativo di diffondere anche in Italia una conoscenza seria e approfondita dei suoi grandi protagonisti. Ho infatti dedicato libri a registi a lungo sottovalutati come Terence Fisher e Walerian Borowczyk (e Dario Argento quando, negli anni Ottanta, era ancora all’indice per la critica ufficiale). Parto sempre da una raccolta accurata delle fonti, cercando in particolare dichiarazioni di prima mano dei protagonisti e controllando le possibili discrepanze tra le loro affermazioni e le analisi o i commenti di giornalisti e saggisti. Molto impegnativa è stata la necessità di visionare ogni film e telefilm ancora disponibile della lunga carriera di Karloff, dalle prime pellicole mute fino alle apparizioni in singoli episodi di serie televisive. Ho voluto vedere tutte le interpretazioni dell’attore anche per non incorrere negli errori che si riscontrano persino nelle biografie migliori di Karloff: spesso è evidente che gli autori dei saggi, per quanto approfonditi e seri, a volte scrivono (e danno giudizi) su film che non hanno visto. Lo stesso scrupolo mi sono posto per un mio successivo lavoro, stavolta sulla carriera di Christopher Lee (di prossima uscita per le edizioni Shatter), visionando centinaia di film e telefilm anche se per scrivere poche righe di resoconto sulle singole apparizioni dell’attore. Credo che sia necessario rendere omaggio a questi grandi personaggi con serietà, per riscattarli anche dalla superficialità che spesso è stata loro riservata dalla critica ufficiale e dal mondo del cinema “mainstream”.

Il divo Karloff è generalmente usato come esempio di divergenza assoluta tra il buio del’icona sedimentata nell’immaginario collettivo e la luce della persona privata. Nel suo libro, invece, aggiunge un po’ di nero sulla sua fama di gentiluomo solare e attento. Questo atteggiamento è figlio degli studi più recenti sull’attore?

F.G.: Qualche ricercatore ostinato, in America e Canada, si è messo sulle tracce del giovane Karloff, attraverso i reperti ancora esistenti, e ha scoperto tra l’altro che l’attore ha sempre mentito sul numero delle sue mogli. Niente di scandaloso, ma certamente un indizio della scarsa credibilità dell’immagine “ufficiale” dell’attore, dipinto dalla propaganda di Hollywood come un “santo” completamente opposto ai personaggi che recitava nei film (mentre per Bela Lugosi si scelse di sovrapporre la sua biografia e i suoi comportamenti ai vampiri e ai villain che interpretava sullo schermo). Karloff ha lasciato dietro di sé molti segreti, non solo sul numero reale delle mogli: il suo carattere non doveva essere facile e ha dimostrato una certa durezza nei confronti della sua famiglia di origine e anche della figlia Sara (oggi è lei che gestisce imprenditorialmente l’immagine del padre e i biografi americani stanno ben attenti a non urtarne la suscettibilità, spesso evitando di affrontare i lati meno noti della vita di Karloff).

La segretezza della sua vita privata, oggi, può sembra assurda. In che modo anche questo tratto concorre a ribaltare la vulgata di un Karloff/tranquillo signore inglese?

F.G.: Nonostante la “doppiezza” di Karloff che evidenzio nel mio libro, va detto che la sua vita privata è stata ben lontana dagli eccessi della Babilonia hollywoodiana. A parte il numero delle mogli, l’attitudine a mentire (inventando storie inattendibili sulla sua giovinezza e su alcuni aspetti della sua carriera) e il tentativo di occultare il suo “lato oscuro”, Karloff è sempre stato lontano dal gossip e dagli scandalismi. Riservato, non partecipava alle grandi occasioni mondane e conduceva una vita assolutamente tranquilla. Va detto che questo rigore, questa distanza dai “vizi” del mondo dello spettacolo, lo accomuna a tante altre star dell’horror, del tutto irreprensibili nella loro vita privata, come Peter Cushing e Christopher Lee. Persino Bela Lugosi, spesso considerato un anticipatore dell’esibizione delle proprie “dipendenze” (non nascose e anzi utilizzò come veicolo pubblicitario il suo ricovero per problemi di droga), era fondamentalmente un solitario che frequentava esclusivamente i rifugiati ungheresi e non si lasciava trascinare nelle follie di Hollywood.

Curtiz, Hawks, Walsh, Wise, Sirk, Robson, Corman, Tourneur, Bava e Bogdanovich sono i grandi cineasti che hanno diretto Karloff. Ma a trasformarlo in un’icona sono bastati Freund e Whale. Qual è la forza della loro visione, al di là dei due ruoli iconici che hanno affidato all’attore?

F.G.: Freund e Whale erano due europei (l’uno tedesco, l’altro britannico) che, accolti da Hollywood, hanno contribuito a costruire il nostro immaginario fantastico, con film come “The Mummy” e “Frankenstein”. Il loro merito è proprio di aver portato la cultura europea, in particolare quella della narrativa gotica, dentro il nascente impero cinematografico americano, utilizzando tra l’altro attori a loro volta europei come Karloff e Lugosi. Grazie alla diffusione pressoché planetaria che già era garantita al cinema Usa, sono riusciti a influenzare l’intero Novecento con il loro approccio al mostruoso e al diverso.

Il mascheramento è una delle caratteristiche salienti delle performance di Karloff. Da cosa deriva questa sua tendenza ad apparire spesse volte camuffato?

F.G.: In realtà tutto inizia dalla sua gavetta nel teatro itinerante, dove i pochi attori dovevano truccarsi (da soli) per interpretare i più diversi personaggi, spesso differenti di sera in sera, cambiando testo da recitare a ogni rappresentazione. Poi il cinema lo sottopose ai più svariati make-up, trasformandolo in mostro, mummia, cinese, storpio, ecc. Ma con l’età avanzata bastava il suo vero volto, segnato dalla vecchiaia, con gli occhi vivi e mobili, per renderlo inquietante. Era diventato familiare al pubblico americano anche grazie alla tv, che lo aveva voluto come “host” per introdurre, ad esempio, la lunga serie di telefilm “Thriller”. Per dare emozioni era sufficiente il suo viso, senza bisogno di trucco, e la sua parlata particolare, con una esse sibilante che da difetto di pronuncia si trasformava in tratto caratteristico dell’attore.

Nel suo, informatissimo libro, divide la carriera dell’attore in diversi periodi, anche legati ai contratti che di volta in volta Karloff ha firmato con diverse case di produzione. Come si può sintetizzare il suo percorso in base a questi momenti?

F.G.: C’è una prima fase, dal muto al 1930, in cui Karloff si presta a ogni tipo di apparizione, anche minore. Per il suo volto particolare era già scelto in parti di cattivo, spesso “straniero” (la xenofobia non è solo dei nostri anni). Poi la Universal lo portò all’improvviso successo con “Frankenstein” e molte altre pellicole horror. Da allora era sempre più spesso richiesto da grandi e piccole produzioni per ruoli di villain. Dopo la Seconda guerra mondiale, con la crisi del vecchio cinema del terrore in bianco e nero, seppe sfruttare la nascente televisione e partecipò a film di vario genere, a volte con tono da commedia. Aveva una vera e propria “dipendenza” dal lavoro e non voleva mai fermarsi, fino ad accettare una serie di sgangherati film messicani dell’orrore negli ultimi tempi della sua vita. Va detto che fece anche ottimo uso della sua voce, lavorando per la radio e incidendo numerosi dischi come narratore.

I film per Corman e “Bersagli” di Bogdanovich possono considerarsi un po’ il suo testamento. Nel momento in cui girava quelle pellicole, ne aveva consapevolezza?

F.G.: Per Corman personalmente, in realtà, girò solo un paio di film e qualche altro per la casa produttrice American International che a Corman era legata. Non credo che quei film lo avessero coinvolto più di tanto, né c’era un particolare feeling tra l’attore e il regista. Diverso il caso di “Bersagli”, che Karloff girò volentieri affidandosi a un allora giovanissimo cineasta come Peter Bogdanovich. Karloff nel film prende in giro se stesso, interpretando un vecchio attore dell’horror, ma riflette anche sulla sua intera carriera e quindi “Bersagli” può effettivamente considerarsi come il suo testamento cinematografico, probabilmente consapevole.

Quali sono i titoli fondamentali per conoscere l’arte di Boris Karloff?

A parte i grandi classici (i tre “Frankenstein”, “La mummia” e le pellicole con Bela Lugosi) e la trilogia per Val Lewton, ogni sua apparizione sullo schermo aveva qualcosa di affascinante e un tratto diversificato nell’interpretazione, quindi meriterebbero tutte una menzione. Per chi volesse vederlo alla prova nel suo periodo di massimo splendore, suggerirei “Il mistero della camera nera” (“The Black Room”, 1935) dove recitava il doppio ruolo di due fratelli, uno buono e l’altro crudele, evidenziando i “due volti” che probabilmente lui stesso possedeva.

Lascia un commento