DUE FRATELLI DIVERSI IN TUTTO, L’EUFORIA CHE LENISCE LA FINE. VALERIA GOLINO TORNA ALLA REGIA E PIACE AL BOTTEGHINO

L’angolo di Michele Anselmi

Conforta che “Euforia” abbia incassato in poco più di una settimana oltre 1 milione e 200 mila euro, pur essendo un film d’autore, non facile, che parla di malattia; uno di quelli, schematizzando un po’, che Stefano Sollima di “Soldado” accuserebbe di aver allontanato il pubblico medio dalle sale. Pare non sia così.
Visto con colpevole ritardo al romano cinema Barberini, dove le proiezioni iniziano puntualmente (onore al merito), il secondo film diretto da Valeria Golino, a cinque anni da “Miele”, conferma il talento di un’attrice che sa farsi da parte quando passa dietro la cinepresa: per gusto visivo, direzione degli attori, costruzione del pathos, stile personale, “furti” cinefili a parte.
Magari non sarà “la più importante regista italiana”, come sancisce Teresa Ciabatti su “La Lettura”, confermando la nota tendenza degli scrittori ad esagerare quando parlano di cinema, ma di sicuro Golino ha il merito di scegliere argomenti complessi, sfidando anche credenze e consuetudini tipiche dell’attuale produzione italiana (il film è targato Indigo insieme a Raicinema).
Se in “Miele” la morte era direttamente somministrata da una ragazza che praticava l’eutanasia a pagamento, salvo poi bloccarsi di fronte alle richieste di un “cliente” speciale, in “Euforia” la morte è continuamente evocata ma non mostrata, anzi per molti versi celata, benché lo spettatore sappia sin dall’inizio quanto sta per succedere.
E allora il titolo? L’euforia, secondo Golino, è “una tregua dal dolore, un intervallo che può essere anche indotto, chimico”. Così seguiamo i casi di due fratelli distanti, Matteo ed Ettore, che all’improvviso sono costretti a frequentarsi da un accidente della vita. Matteo è un facoltoso imprenditore nel campo dell’arte, omosessuale, edonista e cocainomane, con attico e superattico dalle parti di via del Corso a Roma, insomma un vitalista che macina sesso e ogni tanto finge d’essere innamorato. Ettore è il fratello professore rimasto a vivere a Nepi, separato dalla moglie che egli considera vacua e superficiale, padre di un bambino, un tipo molto casual e probabilmente di sinistra. Ettore ha un tumore al cervello, ormai inoperabile e incurabile, ma Matteo, ospitandolo nella sua lussuosa casa romana, gli parla pietosamente solo di alcuni accertamenti da fare per via di “una cisti da ridurre e poi da levare”. Perché quella bugia?
Questo il punto di partenza di una storia ad alto tasso drammatico, ma con qualche inserzione buffa, che gioca su un meccanismo classico: nel corso di pochi mesi, dall’estate alle feste natalizie, Matteo ed Ettore riusciranno a riconnettersi, anche a volersi bene, trovando un momento di quieta euforia sotto il cielo cangiante di Roma.
Non tutto torna in “Euforia”, soprattutto il viaggio incongruo a Medjugorje, in un clima di goliardico scetticismo, pure vagamente sfottitorio nella rappresentazione dei fedeli (avrebbe giovato a Golino rivedere “Lourdes” di Jessica Hausner). Tuttavia il film sa calibrare il confronto-scontro di due mondi inconciliabili: da un lato, appunto, “la dolce vita” di Matteo, tra amorazzi, tradimenti, party fresconi, sniffate, interventi chirurgici per gonfiare i polpacci, pure riunioni di lavoro all’insegna dello slogan “Il business del futuro è la misericordia”; dall’altro l’affiorare, in un Ettore sempre più laconico e rassegnato a morire, di segnali allarmanti: singhiozzi, parole che non vengono, pallori, svenimenti.
Scritto a otto mani da Golino insieme a Francesca Marciano, Valia Santella e Walter Siti, “Euforia” più che raccontare il tumore di Ettore indaga sulla nevrosi di Matteo, costruendo via via le occasioni per un confronto finalmente sincero, fraterno.
Una comica di Stanlio e Ollio offre lo spunto per un balletto irrituale in corsia, l’inevitabile “Luglio” di Riccardo Del Turco fa da pretesto alla solita cantatina; ma sono dettagli, appunto trovatine, come certe inquadrature sghembe, mentre il cuore del film sta giustamente altrove, cioè nel palpito dolente ma non piagnone che nutre la partitura.
Nel cast, fitto di partecipazioni, si fanno apprezzare la madre Marzia Ubaldi, l’ex moglie Isabella Ferrari, l’amante pietosa Jasmine Trinca, l’amica abbandonata Valentina Cervi, l’innamorato dolente Andrea Germani; ma naturalmente la partita si gioca tra l’esuberante Riccardo Scamarcio e il meditabondo Valerio Mastandrea, ovvero Matteo ed Ettore, destinati a spogliarsi dei rispettivi usberghi comportamentali per assaporare quel lampo di euforia.

Michele Anselmi

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