“TUTTI LO SANNO” MA NON IL PUBBLICO: UN ALTRO GRANDE FARHADI. ECHI DA VERISMO VERGHIANO NELLA STORIA DI NOZZE E RAPIMENTI

L’angolo di Michele Anselmi 

A volte i festival fanno male ai film. Ricordo di aver letto da Cannes 2018 recensioni tiepide, anzi parecchio negative, del tipo “giallo deludente”, a proposito di “Tutti lo sanno”, il nuovo film dell’iraniano Ashhar Farhadi che esce l’8 novembre con Lucky Red (coproduce Andrea Occhipinti). Ogni parere è lecito, ci mancherebbe, e tuttavia a me pare una riuscita.
Di nuovo lontano dal suo Iran, dove ha girato due anni fa “Il cliente”, il regista si immerge nel verdeggiante paesaggio spagnolo per raccontare una storia che sembra venire, anche se lui non lo sa, dalla tradizione verista italiana. Sì, il nostro Verga. Risuonano involontari echi di “La roba” e di “Mastro Don Gesualdo” nella cupa vicenda che il cineasta di “About Elly” ambienta in un paesino agricolo castigliano, usando il tirante criminale come alibi per far deflagrare rancori antichi e nuove avidità.
Nessuno o quasi si salva dopo i 130 minuti di “Tutti lo sanno”, un titolo che evoca molto ma spiega giustamente poco, almeno fino a quando non si precisano i fatti. Che sono questi, riassunti all’osso, per non guastare la sorpresa.
La quarantenne Laura, sposata da anni in Argentina con un imprenditore facoltoso, torna al paesello con i due figli per il matrimonio della sorella minore. La famiglia è in subbuglio per l’evento: baci, abbracci, sorrisi, il vecchio padre brontolone che prova a camminare senza grucce, il parentado pronto a festeggiare alla caliente maniera spagnola, tra balli, canti, battute grevi e grandi bevute. Ma sul finire della cena, mentre comincia a piovere di brutto, va via la luce; parrebbe un incidente, invece qualcuno ha tranciato un filo, e soprattutto Irene, la bella figlia adolescente di Laura, non si trova più. Un sms conferma i timori: è stata rapita, o la famiglia paga 300 mila euro o la ragazza morirà.
Può darsi che nell’incipit romantico dentro il campanile Farhadi si diverta a citare “La donna che visse due volte”, ma il cuore del film mi pare stia altrove: nel sentimento angosciato e asprigno sollevato dal rapimento, forse opera di professionisti (tornano i ritagli stampa di un precedente caso finito malissimo) o forse no. E intanto l’unico che davvero sembra impegnato ad aiutare la devastata Laura, mentre il religiosissimo marito Alejandro è in arrivo dall’Argentina, è Paco: un bravo imprenditore vitivinicolo, in gioventù fidanzato con la donna, al quale però non tutti in quella famiglia, a ben vedere per nulla coesa e felice, sono disposti a perdonare l’acquisto di una vigna anni prima…
Il cinema di Farhadi è complesso e semplice al tempo stesso: individua un’incrinatura all’insegna dell’ambiguità, la evidenzia attraverso dettagli e retro pensieri in un crescendo minaccioso, infine lascia che gli atti dei personaggi facciano scoppiare il dilemma morale, di solito lasciando il giudizio morale sui personaggi al parere del pubblico.
Da questo punto di vista mi pare esemplare il fiuto con il quale il regista persiano si cala in quel contesto spagnolo, con piglio, ripeto, quasi “verista”, lasciando affiorare lentamente il marcio che si annida dietro i riti della festa nuziale, il senso appunto della “roba”, insieme s’intende a un segreto che tanto segreto non è. Perché “todos lo saben”.
Fotografato con sapienza dal 78enne José Luis Alcaine, “Tutti lo sanno” andrebbe visto in spagnolo, per la ricchezza degli accenti e la precisione dei dialoghi; e certo contribuiscono al buon risultato le prove di tutti gli interpreti coinvolti, scelti con cura, anche se i ruoli principali sono ricoperti dalle due star in cartellone Penélope Cruz e Javier Bardem, rispettivamente Laura e Paco, e dal sempre misurato Ricardo Darín, che incarna il marito argentino da tutti in paese creduto ricco.
Occhio, anzi orecchie, alla struggente canzone sui titoli di coda: si intitola “Una de Esas Noches Sin Final” di Javier Limón e Inma Cuesta.
PS. Non per gusto della polemica, ma vedendo l’arrivo degli ospiti al paesino per il matrimonio viene da pensare a come l’avrebbe girato un regista italiano. Anche per questo Farhadi ha una marcia in più.

Michele Anselmi

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