UN PICCOLO-GRANDE FILM DA VEDERE: “SENZA LASCIARE TRACCIA”. IL PADRE E LA FIGLIA NELLA FORESTA, FELICI: FINO A QUANDO?

L’angolo di Michele Anselmi 

Oggi 8 novembre escono ben undici film: una follia. Non li ho visti tutti nemmeno io, che pure sono del ramo, figurarsi uno spettatore normale. Nel novero delle proposte ce n’è una che consiglierei di non perdere per nessuna ragione al mondo: “Senza lasciare traccia” della 55enne regista americana Debra Granik, distribuito in 40 copie, valorosamente, da Adler Entertainment.
Il nome della cineasta forse dirà poco, eppure fu lei a lanciare Jennifer Lawrence nel lontano 2010 con il magnifico, desolato e pietoso “Un gelido inverno”, ambientato tra la povera gente del montagnoso Missouri. A Granik interessano le vite “ai margini”, infatti anche stavolta pesca una storia a suo modo eccezionale, traendola da un romanzo-inchiesta di Peter Rock intitolato “My Abandonment”. E di nuovo propone una giovane attrice che, a mio parere, farà molta strada: la diciottenne neozelandese Thomasin McKenzie.
Storia vera, quella di “Senza lasciare traccia”, anche se la regista inventa un secondo tempo che ipotizza, in chiave romanzesca, una conclusione temporanea. Siamo a Forest Park, a un passo da Portland, Oregon. Nel bosco, ben attenti a non farsi scocciare, vivono serenamente Will e Tom: lui è un ex soldato affetto da stress post-traumatico, rimasto vedovo; lei, nonostante il nome che suona maschile, è la figlia adolescente, cresciuta in quella che gli americani chiamano “wilderness”, ma sapendo leggere e scrivere.
Il duo, come ha ben scritto Marzia Gandolfi, “è fusionale”, nel senso che padre e figlia vivono in autarchia nella foresta, “esplorando al massimo il concetto di autosufficienza”. Pochi oggetti ma utili, coltelli, sacchi a pelo, una tenda a ridosso di una piccola grotta per ripararsi, pentole, un fornello a gas, anche una doccia artigianale. Ogni tanto scendono in città per rifornirsi di cibo, Will vende ad altri reduci gli psicofarmaci che gli passa il governo, e se ne tornano tra gli alberi. Finché non vengono scoperti, un po’ per caso.
Avrete capito che non sarà facile per i due cambiare vita. Aiutati dai servizi sociali, descritti con onestà dal film, Will e Tom ricevono una casetta, abiti nuovi, cibo, un lavoro per lui, una scuola per lei. Ma l’ex soldato scalpita, chiude in un armadio il televisore, non vuole “adattarsi”; mentre Tom assapora per la prima volta un senso di calore, di scambio emotivo, prova a farsi degli amici. Fuggiranno di nuovo, nella speranza di non lasciare traccia, ma a quel punto, arrivati in una strana comunità rurale, l’equilibrio vacillerà e Tom forse prenderà una decisione.
“Dov’è la tua casa?” chiedono alla ragazza. “Con mio padre” risponde. La fusione tra i due è totale, rispettosa, complice; solo che Will scappa da ogni consorzio civile e sociale, mentre Tom, sia pure con le esigenze ridotte al minimo, cerca l’armonia, forse desidera mettere radici da qualche parte.
“Senza lasciare traccia” non è l’altra faccia di “Captain Fantastic”, insomma non tira in ballo una formula educativa tra Steiner e Thoreau, e nemmeno un prolungamento di “Into the Wilderness”; semmai fa affiorare lentamente i limiti di un’utopia familiare, l’inconciliabilità delle diverse esigenze, l’ineluttabilità di una scelta. Con una punta di minimalismo lirico, ma anche con un realismo quasi documentaristico nel descrivere l’esistenza dignitosa dei cosiddetti outsider, il film procede per 108 minuti in una rarefazione programmatica di dialoghi e accadimenti. Ma non è per nulla noioso, tanto meno retorico, ogni tanto qualcuno suona alla chitarra una vecchia ballata come “Dark Hollow”, non si fa l’elegia degli “hobos”, il freddo patito dai personaggi quasi te lo senti addosso. Merito anche dei due attori protagonisti: Will è Ben Foster, specializzato da anni in parti da psicopatico o svalvolato e qui invece solo silenzioso, incapace di adeguarsi a quella che considera una modernità alienante; Tom è, appunto, Thomasin McKenzie, nel cui viso gentile e incuriosito si rispecchia una possibile alternativa al consumismo insensato di tanti suoi coetanei.

Michele Anselmi

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