RITROVARSI VERGINI AL MATRIMONIO NEL 1963: UN GROSSO GUAIO. “CHESIL BEACH”, ANCORA MCEWAN. IL FILM È SOTTILE: PIACERÀ?

L’angolo di Michele Anselmi 

Non saprei dire se “Chesil Beach” sia “il capolavoro di Ian McEwan”, come recita lo strillo di lancio del film tratto da quel romanzo, ma so che lo scrittore britannico va forte al cinema. È appena uscito nelle sale, con buon esito commerciale, “The Children Act – Il verdetto” di Richard Eyre, ed ecco arrivare il 15 novembre, per iniziativa di Valerio De Paolis, quest’altro film di ambientazione inglese, anche se per buona parte della storia si torna indietro ai primi anni Sessanta. Per la precisione al 1963: l’anno, per dirla con lo scomparso poeta e critico musicale Philip Larkin, «tra la fine del bando a “L’amante di Lady Chatterley” e il primo ellepì dei Beatles».

Il senso del film, che segna l’esordio sul grande schermo del regista teatrale Dominic Cooke, è condensato in quel sottotitolo scelto per l’Italia: “Il segreto di una notte”. Già, perché si parla della prima notte di nozze, e sembra quasi impossibile che, nei pressi della cosiddetta rivoluzione sessuale, i due protagonisti della storia debbano misurarsi, in un mix di imbarazzo e terrore, con la perdita delle proprie verginità.

Chesil Beach è una suggestiva spiaggia lunga 28 chilometri, perlopiù sassosa, situata nel sud dell’Inghilterra nella contea di Dorset. Qui si ritrovano a passeggiare gli appena sposati Florence Ponting ed Edward Mayhew, chiacchierando allegramente di blues, ossia di 12 battute e della progressione armonica di quella musica, poco prima di chiudersi in albergo per consumare la cena e il resto. Dialogo curioso e interessante, tutt’altri che decorativo: anche perché lei è una promettente violinista classica che suona Britten e Mozart, mentre lui è un aspirante storico che vive al ritmo di “Roll Over Beethoven” by Chuck Berry.

I due si amano davvero, di un amore speciale e gentile; infatti la ragazza facoltosa ha dovuto battersi non poco in famiglia per sposare quel giovane uomo squattrinato, la cui madre cerebrolesa, a causa di un incidente ferroviario, si aggira nuda per caso rifacendo i quadri di Paolo Uccello. Ma adesso, rimasti soli in albergo, è arrivato il momento della verità: e nessuno sa bene da dove cominciare, specialmente lei, del tutto a digiuno di sesso, anzi orripilata all’idea di farsi penetrare dal marito.

Se la cornice è questa, il film va poi avanti e indietro nel tempo, ricostruendo la nascita di quel sentimento, la decisione di sposarsi, il sogno infranto di quella notte, infine due momenti cruciali del “dopo”: uno ambientato nel 1975 e l’altro nel 2007.

Spira un’aria di struggimento su questa vicenda d’altri tempi che il film, sulla falsariga del romanzo, rievoca come solo gli inglesi sanno fare: tenendo d’occhio i rapporti di classe e i mutamenti sociali nell’aria, la frustrazione sessuale e l’incapacità di governare l’orgoglio. Non sarà un caso se la canzone chiamata a sintetizzare il senso di quella tragedia privata sia il blues “The Thrill Is Gone”, nella versione originaria di Roy Hawkins, 1951.

Saoirse Ronan (il nome si pronuncia suppergiù “Sorsci”) è al solito vibrante nell’incarnare la ragazza “frigida” e insieme appassionata, decisa a ribellarsi al padre pomposo, capace di integrarsi senza stridori, in bilico tra l’amatissima musica classica e il pulsante rock and roll; lui è Billy Howle, visto in “Dunkirk”, il sognatore che dovrà fare i conti con il proprio carattere impulsivo e le sconfitte della vita.

A me sembra un film sottile sul piano dello studio psicologico, elegante nella messa in scena, anche se non saprei dire bene a quale pubblico si rivolga. Unico vero appunto: per l’epilogo sin troppo lacrimoso e pure un po’ ridicolo, ambientato nel 2007, il regista avrebbe fatto meglio a prendere due attori diversi, almeno sessantenni, il pesante make-up di invecchiamento si vede eccome.

Michele Anselmi

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