VINCENT LINDON, UN ATTORE PRODIGIOSO. E SEMPRE “IN GUERRA”. CRONACA DI UNA LOTTA SINDACALE, PER SPIEGARE LA RABBIA

L’angolo di Michele Anselmi 

È ammirevole, davvero, il percorso artistico di Vincent Lindon, classe 1959, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia francese, ex fidanzato di Carolina di Monaco e per questo finito su tutte le riviste di gossip all’epoca del loro tormentato amore. Di film in film, ne ha girati più di cinquanta, Lindon ha dimostrato di essere un attore duttile, completo, cangiante, dalle scelte non convenzionali: bravo a cavarsela nella commedia come nel poliziesco, nel dramma sentimentale come nelle storie in costume; ma è soprattutto con il regista Stéphane Brizé che ha saputo costruire un sodalizio profondo, fatto, si direbbe, di affinità elettive, come dimostrano i quattro lungometraggi girati insieme.
L’ultimo dei quali, “In guerra”, passato in concorso a Cannes 2018 senza pigliare nulla, esce giovedì 15 novembre nelle sale col marchio Academy Two e con una bella spinta promozionale offerta da Nanni Moretti.
Siamo dalle parti di “La legge del mercato” del 2015, e quindi preparatevi a uno spaccato sociale duro e crudo, dal piglio quasi documentaristico, almeno apparentemente, anche se tutto è scritto, meditato, scelto con cura, impaginato senza improvvisazione, curando nei minimi particolari la messa a punto del cast anche nei ruoli minori, nonché le inflessioni dialettali (vederlo in francese con i sottotitoli avrebbe senso).
“In guerra” è la cronaca serrata di una vertenza sindacale, una delle tante possibili, verosimili, credibili. Siamo ad Agen, nella Francia sud-occidentale, dove la multinazionale tedesca dell’auto Dimke, attraverso la controllata Perrin Industries, vuole chiudere la fabbrica locale, che dà lavoro a 1.100 tra operai e impiegati, nonostante gli impegni solennemente presi due anni prima. Un disastro sociale ed economico per la piccola comunità di 35 mila abitanti, anche perché la produzione sembra tirare, non ci sono motivi apparenti per smobilitare l’impianto.
Almeno così la pensa Laurent Amédéo, il molto sindacalizzato portavoce degli operai, che sta per diventare nonno e intanto deve fare i conti, in un crescendo di tensioni sempre meno controllabili, con il furore dei suoi compagni, l’intermittente impegno del governo, la concreta proposta di acquisto da parte di un industriale francese e il paradossale rifiuto di vendere da parte della Dimke.
Una scritta sui titoli di testa, non firmata ma credo attribuibile a Che Guevara, ricorda: “Colui che lotta può perdere, ma colui che non lotta ha già perso”. Anche Laurent si adegua a quel motto, sapendo che non sarà facile tenere insieme la baracca; soprattutto dopo che alcuni dei suoi, i più facinorosi e disperati, rovesciano l’auto del supercapo tedesco Hauser dopo un incontro fortemente atteso.
Il pensiero va a quei poveri dirigenti dell’Air France che furono spogliati e picchiati dai lavoratori in lotta davanti alle telecamere; e infatti Brizé, il regista, confessa tranquillamente di aver fatto il suo film “per spiegare la legittima collera degli operai, per capire che cosa c’è dietro le immagini dei media che vengono regolarmente proposte a testimonianza della violenza che può scatenarsi durante la contrattazione di un accordo per un licenziamento collettivo”.
Un altro esempio di come funziona “la logica del mercato”, per tornare al titolo di un film precedente, anche se qui Brizé porta alle estreme conseguenze, mi pare, lo stile crudo/realistico congegnato insieme allo sceneggiatore Olivier Gorce e all’attore Vincent Lindon, a buona ragione da considerarsi co-autore.
L’impotenza del delegato sindacale affiora a mano a mano che la vertenza mette in ginocchio i lavoratori, tra incrinature del fronte e risentimenti personali; mentre l’azienda, rappresentata onestamente dal film, anche sul versante antropologico, senza farne solo un covo di “avidi” e “cattivi”, prova a sfruttare quelle divisioni. Non ci sarà lieto fine, come quasi sempre; ma “In guerra” sposta ancora più in là il senso di un allarme sociale destinato ad alimentare, se non si daranno risposte adeguati, perfino gesti insani.
Naturalmente il diario serrato e dettagliato della vertenza sindacale non è fine a se stesso, “In guerra” prova ad estrarre da quella incandescente materia in gioco il ritratto di una modernità che il registra trova “coerente” dal punto di vista degli azionisti e “incoerente” da quello degli operai a rischio. Sta qui il fascino e insieme il limite del film, secondo me, cioè nell’estremo rigore stilistico che un po’ penalizza lo spettatore, appendendolo a una narrazione concitata e tuttavia monocorde.
Inutile dire che qui da noi un film del genere sarebbe impensabile, specialmente oggi. Non che, ogni tanto, non ci si provi: penso “Il posto dell’anima” di Riccardo Milani, a “La signorina Effe” di Wilma Labate, a “7 minuti” di Michele Placido; ma “In guerra” ha una marcia in più, ti senti proiettato dentro quella lotta impari, sperduto come gli operai, in attesa di un attimo di quiete, che poi significa solo una cosa: sempre meno soldi e meno diritti.

Michele Anselmi

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