“RED ZONE”, CHE FATICA SCORTARE UN TESTIMONE PER 22 MIGLIA (MA CONSIGLIO DI NON PRENDERE SUL SERIO I DILEMMI ETICI)

L’angolo di Michele Anselmi 

Direi di non prendere troppo sul serio “Red Zone – 22 miglia di fuoco”, magari tirando in ballo dilemmi etici, visioni disturbanti, senso del patriottismo e scenari geo-politici. Il nuovo film di Peter Berg, nelle sale dal 15 novembre con Lucky Red, è un action movie di quelli che vanno visti con allegra disinvoltura, nonostante botti, sparatorie, sfracelli e morti violente. Non a caso uno dei personaggi, cioè la mente strategica del segretissimo gruppo Ground Branch che opera quando la Cia fa cilecca, porta con sé come portafortuna due pupazzetti a molla: a sinistra Donald Trump, a destra Barack Obama, quasi a dirci che su quel versante vige una certa continuità.
“Red Zone” segna la quarta collaborazione di Berg con Mark Wahlberg. Di sicuro i due si intendono, essendo l’attore anche coproduttore. Solo che i due film più recenti, “Deepwater – Inferno sull’oceano” e “Boston – Caccia all’uomo”, entrambi ispirati a tragedie autentiche, forse custodivano troppe ambizioni d’autore, infatti il pubblico americano non ha granché apprezzato. Qui Berg va sul sicuro, dentro la misura aurea dei 90 minuti, quasi profilando l’inizio di una serie nel caso le platee mondiali rispondessero (fino ad ora il film ha incassato 65 milioni di dollari). Non per niente il finale è aperto, del tipo chiamato in gergo “cliffhanger”, cioè spiego e non spiego, ti lascio lì appeso e il resto lo saprai la prossima volta, sempre che ci sia.
L’incipit è da manuale: un’operazione di precisione per annientare un covo di spie russe dentro una villetta insospettabile. Ma forse ci scappa una vittima di troppo. Sedici mesi dopo James Silva, il malmostosa e meditabondo capo del team, cioè Walhberg, si ritrova nell’immaginaria città di Indocarr, sud-est asiatico modello Indonesia, per una delicata operazione di esfiltrazione (pare si dica così).
Quattro chili e mezzo di cesio radioattivo sono scomparsi, ma un poliziotto locale consegnatosi all’Ambasciata americana sa dove sono finiti. Per rivelarlo, prima che il disco con le informazioni si autodistrugga, Li Noor chiede di essere estradato negli Stati Uniti con tanto di asilo politico; quindi a Silva e ai suoi tocca il compito di scortarlo, appunto per 22 miglia che saranno infernali, fino a una pista fuori città, dove un quadrimotore sta scaldando i motori. Un classico del genere, con tutta la seconda parte quasi in tempo reale, alla maniera della serie tv “24 ore”: tra insidie, agguati, depistaggi e sacrifici.
La novità, che poi tale non è, consiste nel gigantesco apparato bellico-tecnologico chiamato a supportare l’adrenalinica operazione di salvataggio, mentre un aereo russo, egualmente dotato di raffinati marchingegni, sta cercando di captare qualcosa dall’alto dei cieli…
Silva, che fu un enfant prodige e oggi pilota il gruppo nel più totale disprezzo di ogni debolezza umana, ogni tanto sembra essere scosso da qualche dubbio sulla natura del proprio lavoro. “I governi hanno poca pazienza. Un governo ha forse un cuore che batte? Ha dieci dita alle mani e ai piedi?” scandisce in quello che appare come un interrogatorio, quando tutto è finito, almeno così pare.
“Red Zone – 22 miglia di fuoco” ricorda uno dei primi film di Berg, “The Kingdom” del 2007, anche se nel frattempo le psicologie si sono semplificate, la sceneggiatura parecchio arronza e l’ingresso nel cast di un divo delle arti marziali come Iko Uwais obbliga a una serie di acrobatici combattimenti corpo a corpo.
John Malkovich con parrucchino e pizzetto si diverte a dare ordini, sentendosi al sicuro; ma i guai veri sono tutti per i suoi uomini e donne, autentici agenti-fantasma, finiti nel centro del mirino. Per fortuna c’è Wahlberg a vigilare. Ottimo per una domenica al cinema mentre fuori piove.

Michele Anselmi

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