VITA E MORTE DI MARIE COLVIN, LA STAR DEGLI INVIATI DI GUERRA. LA SUA “PRIVATE WAR” IN BILICO TRA AUDACIA E SCELLERATEZZA

L’angolo di Michele Anselmi 

In effetti Marie Colvin possedeva una figura slanciata, dai lineamenti aristocratici, soprattutto amava indossare lingerie La Perla sotto il giubbotto antiproiettile. “Era una meravigliosa combinazione di tenuta da combattimento ed eleganza. Il suo gusto nel vestire era incredibile” disse di lei, così leggo su “Elle”, la politica britannica Jane Bonham Carter, cugina dell’attrice.
Uccisa durante l’assedio di Homs, in Siria, il 12 febbraio 2012, a 56 anni, l’americana Marie Colvin rivive al cinema nel film “A Private War” di Matthew Heineman, coprodotto da Charlize Theron e nelle sale con Notorious Pictures da giovedì 22 febbraio dopo l’anteprima italiana alla Festa di Roma. Una cine-biografia che copre gli ultimi undici anni di vita della mitica inviata di guerra del settimanale “The Sunday Times”, una giornalista tosta, animata dal sacro fuoco della notizia, ma anche parecchio sciroccata, come capita spesso a chi si butta nelle situazioni più rischiose diventando un po’ alla volta “dipendente” da quella strana adrenalina.
“La paura arriva dopo, quando tutto è finito” sentiamo dire in una delle prime battute del film. Che comincia dalla fine, ma senza farlo capire allo spettatore, per tornare indietro al 2001, quando la star dei reporter di guerra vola nello Sri Lanka, sfidando il divieto del suo capo redattore, per intervistare un leader delle Tigri Tamil, e si ritrova senza l’occhio sinistro a causa di una granata governativa.
La menomazione non è facile da mandare giù, specie per una donna bella e piuttosto piena di sé; ma a Marie piace stupire, sempre, sicché si presenta in abito da sera e con una benda nera da pirata alla serata che la incorona “Giornalista britannico dell’anno”. Del resto, ironizza, se ce l’hanno fatta James Joyce, Moshé Dayan e Thom Yorke dei Radiohead, può farcela anche lei. Infatti eccola, pochi mesi dopo, a Falluja, in Iraq, dove insieme all’amico e fotografo Paul Conroy, uno che la guerra l’aveva fatta da soldato, scopre una fossa comune di kuwaitiani massacrati anni prima dalle milizie di Saddam.
Il film si avvicina tappa dopo tappa ai fatidici eventi del 2012 in Siria, che occupano tutta la parte finale, in un crescendo di disavventure giornalistiche in mezzo alle bombe, successi giornalistici (c’è anche un’intervista in esclusiva a Geddafi poco prima della sua morte) e crisi psicofisiche da stress post-traumatico compensate in parte da una bizzarra storia d’amore con un imprenditore americano.
Bisogna riconoscere che “A Private War” sfodera una certa oggettività nel dipingere la figura, eroica e controversa allo stesso tempo, di Marie Colvin. La donna era di sicuro audace, sprezzante del pericolo, decisa a verificare le notizie sul posto per sottrarsi alle menzogne ufficiali e spedire i suoi scoop alla redazione; ma ne esce anche il ritratto di un’anima in pena, spezzata da quel bisogno costante di sfidare la sorte, e la morte, trovando nella guerra, un fatto sempre più privato come suggerisce il titolo, una liberatoria droga, un rifugio non solo metaforico nel quale accucciarsi.
Di film sulle inviate di guerra che danno dei punti ai colleghi maschi se ne sono visti parecchi, da “Il più crudele dei giorni” sull’italiana Ilaria Alpi al più recente “Wiskey Tango Foxtrot” sull’americana Kim Barker. In “Private War”, perlopiù girato in Giordania per la ricostruzioni dei vari scenari di guerra, c’è in più forse la prova di Rosamund Pike: la brava attrice britannica s’impossessa del ruolo di Marie Colvin restituendone la voce roca, il carattere rude e scostante, l’eleganza naturale, il corpo sfibrato, la nevrosi progressiva.
“Ci sono giornalisti anziani o giornalisti coraggiosi. Ma non ci sono giornalisti anziani e coraggiosi” scandisce qualcuno verso l’epilogo. Magari non è proprio così, ma ogni tanto ci piace pensarlo, fa parte della leggenda professionale. Anche se, nulla togliendo all’ardimento e alle buone cause di Marie Colvin, viene da chiedersi, alla fine dei 110 minuti di film, se per confezionare croccanti reportage dal fronte occorra davvero spingersi fino a quelle estreme conseguenze, pure mettendo a repentaglio la vita dei colleghi.

Michele Anselmi

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