ROBIN HOOD “RISUOLATO” SEMBRA QUASI UN GUERRIERO NINJA. INUTILI I CONFRONTI, LA FRECCIA MIRA AI GIOVANI (E FA BENE)

L’angolo di Michele Anselmi

Non ha davvero senso rimpiangere i Robin Hood di Russell Crowe o Kevin Costner, di Patrick Bergin o Sean Connery, solo per dirne alcuni tra gli innumerevoli visti sul grande schermo. “Robin Hood – L’origine della leggenda”, nelle sale con 01-Raicinema da giovedì 22 novembre, è un’altra cosa, nel senso che opera un “reboot”, un risuolamento totale, per adattare il celebre arciere di Sherwood a un pubblico di giovani o giovanissimi.
La frase chiave, infatti, è quella che scandisce la voce fuori campo nell’incipit del film: “Dimenticate quello che avete visto, quello che credete di sapere”. Benché ambientato negli anni della Terza Crociata, cioè tra il 1189 e il 1192, il film dell’inglese 47enne Otto Bathurst rigetta ogni verosimiglianza storica, per immergersi in un’epoca fantastica, senza tempo, a suo modo tecnologica, che pesca nel corredo di immagini caro ai ragazzi d’oggi.
L’operazione potrà irritare, a molti agé risulterà fracassona o superficiale, “un’americanata”, ma consiglierei, al di là del gradimento o meno, di non sottovalutarne lo spirito di novità: commerciale ed estetico. Non a caso, alla voce produzione, c’è Leonardo DiCaprio con la sua società Appian Way; e naturalmente il finale aperto sembra giù prefigurare un seguito, sempre che il pubblico gradisca.
Il nuovo Robin Hood è una specie di guerriero ninja, di nero vestito, senza calzamaglia, con un cappuccio sulla testa e una bandana a coprire il viso: un po’ motociclista e un po’ samurai. Taron Egerton, l’attore che interpreta il raddrizzatorti che ruba ai ricchi per dare ai poveri, non si sforza nemmeno di sembrare espressivo, e poco importa, perché tutto il film è costruito come un cine-fumetto: tra graphic novel e gioco da playstation, tra “Hunger Games” e “V come Vendetta”.
Tutto è frenetico, esagerato, caricato, in una parola inverosimile; ma nel fracasso, qua e là, affiora qualcosa di politico, pure ideologico. Nei riferimenti socialisteggianti alla “redistribuzione della ricchezza”; nella descrizione del vizioso potere temporale della Chiesa cattolica; pure nel fare del perfido sceriffo di Nottingham, è Ben Mendelsohn con riga da una parte e soprabito di pelle grigia, una copia di Nigel Farage, l’ex leader del britannico e sovranista Ukip.
La storia in sé conta poco, è funzionale solo ad allestire duelli mirabolanti o inseguimenti prodigiosi, il tutto all’insegna degli effetti speciali digitali. Così vediamo il giovane Robin di Loxley, giù sposato felicemente con la ladruncola Marian, che parte per combattere i musulmani in Terra Santa e tre anni dopo torna al castello avito, nel frattempo diroccato, insieme al moro Yahya, cioè Jamie Foxx, che fu suo acerrimo nemico e ora, monco di una mano, l’istruisce all’arte della guerra e al tiro multiplo con l’arco. Naturalmente Marian, ossia la burrosa Eve Hewson, credendolo morto s’è accasata con una specie di sindacalista/politico dalla parte dei minatori sfruttati, ma quanto durerà quell’amore tiepido con Robin di nuova in partita?
Non rivedrei una seconda volta “Robin Hood – L’origine della leggenda”, anche per una questione di età oltre che di udito. Tuttavia è interessante notare come, svuotato di ogni connotazione medioevale, il giustiziere di Sherwood torni sul grande schermo come “nuovo”. Così contemporaneo che quando combatte gli islamici, tra rovine polverose e agguati sui tetti, sembra quasi di assistere a un film di guerra ambientato in Iraq o in Afghanistan.

Michele Anselmi

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