CHI SEGUE CHI IN “SEGUIMI”, IL NUOVO FILM DI CLAUDIO SESTIERI? UNO STRANO CASO PSICHIATRICO TRA SESSO E GHOST STORY

L’angolo di Michele Anselmi

Adriano Aprà sostiene a proposito di “Seguimi” che “non sembra un film italiano: affascinante e misterioso, psicoanalitico ed erotico, con echi hitchcockiani” (l’Hitchcock in questione sarebbe “La donna che visse due volte”, ma lui naturalmente dice “Vertigo”). Un po’ esagera, magari per solidali frequentazioni. Ciò detto, bisogna riconoscere a Claudio Sestieri, classe 1948, studioso del cinema di Antonioni, autore di lungometraggi come “Dolce assenza” e “Barocco”, di aver realizzato, immagino tra qualche ansia produttiva, un curioso film, divergente rispetto agli attuali standard, da lui stesso definito “in bilico tra caso psichiatrico e ghost story”.
I modelli di riferimento sarebbero Polanski, Assayas e Rivette, ma anche i nostri Bava e Cottafavi, insomma quel cinema che parte dal “genere” senza rinunciare a un secondo livello di lettura, più erudito e raffinato, diciamo pure da cinéphile, tale però da non guastare le sorprese dello spettatore.
A “Seguimi”, nelle sale dal 22 novembre con Stemo Production, il gioco riesce a corrente alternata, e tuttavia merita una visita. Per l’atmosfera ambigua/onirica che si insinua tra le lenzuola, per l’accuratezza estetica della messa in scena, per la suggestiva fotografia di Gianni Mammolotti, anche per la spudoratezza con la quale Sestieri torna su quelle che ha definito le sue “fisime”, e cioè i temi esistenziali della perdita, del vuoto, dell’assenza, delle relazioni tra arte e vita.
Siamo a Matera, la città dei sassi, dove l’ex tuffatrice olimpionica Marta si trasferisce dalla spagnola Barcellona dopo un incidente “sul lavoro”. La giovane donna è disorientata, ma intanto decide di riaprire la casa-studio del padre artista, morto da poco. In attesa di essere raggiunta dalla sorella Muriel, una tipa tosta e pragmatica, Marta vaga per il borgo e lì, come in una variazione della cosiddetta sindrome di Stendhal, si ritrova “fulminata” al cospetto della mostra di un ruvido artista locale, un tal Sebastian. I quadri, tra pittura e fotografia, rifulgono tutti dell’enigmatica bellezza di una modella giapponese, Haru, anch’ella morta nella disperazione di Sebastian.
Solo che la donna orientale, all’improvviso, si concretizza agli occhi di Marta, entrando corposamente nella sua vita quotidiana, nella sua casa: la relazione diventa esclusiva, pure ossessiva, sessualmente gratificante. Fin dove condurrà l’irretita Marta? E soprattutto: chi segue chi?
Confesso di non essere in grado di cogliere tutti i riferimenti, ce ne sono a bizzeffe, che Sestieri e i suoi sceneggiatori Patrizia Pistagnesi e Nicola Molino hanno disseminato nel film. Ci sono, per dire, “I racconti del cuscino” di Peter Greenaway, “L’origine del mondo” di Gustave Courbet, le “madeleine” di Proust, i muri verde-marcio di Jan Saudek, “l’impermanenza” buddhista che fu cara a Bertolucci… “Al cinema ognuno cerca il suo gatto” teorizza sornione Sestieri, e quindi chi vuole segnalarmi altre strizzatine d’occhio si faccia avanti.
Certo “Seguimi” dichiara sin dall’inizio, con quella suggestiva sequenza muta girata nel Musée de Montserrat, a Barcellona, il clima tra l’insolito e l’inquietante, con una forte connotazione di sensualità, sul quale la storia intende arrampicarsi.
Gli interpreti assecondano le indicazioni del regista, spogliandosi generosamente all’occorrenza, ma con qualche rigidità rispetto alle battute da pronunciare. Marta è Angelique Cavallari, Haru è Maya Murofushi, Antonia Liskova è Muriel, Pier Giorgio Bellocchio è Sebastian (l’epitome dell’artista febbricitante e malmostoso).

Michele Anselmi

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