LA LEZIONE DI BERTOLUCCI: IL CINEMA TRA HOLLYWOOD E LA BASSA. LA VOLTA CHE RIVALUTÒ CRAXI PER AVERLO AIUTATO COI CINESI

L’angolo di Michele Anselmi

Ci fu un momento magico nel 1988, dopo i nove Oscar andati a “L’ultimo imperatore”, due dei quali personalmente a lui, nel quale Bernardo Bertolucci diventò il regista italiano più celebrato al mondo. Più di Federico Fellini, di Roberto Rossellini o di Michelangelo Antonioni. In quei giorni di trionfo pieno, pure sul versante del botteghino, il cineasta parmigiano si ritrovò dolcemente corteggiato dalle major hollywoodiane. Infatti poté girare, in rapida successione, tre film costosi e piuttosto impegnativi, con star americane sulla cresta dell’onda, naturalmente parlati in inglese: “Il tè nel deserto”, “Il piccolo Buddha” e “Io ballo da sola”.
Non era la prima volta che succedeva, in verità. Tre lustri prima il successo planetario di “Ultimo tango a Parigi”, anche grazie allo scandalo provocato da alcune audaci, pure memorabili, scene di sesso, gli aveva permesso di realizzare, con soldi americani, un film ricolmo di bandiere rosse, addirittura fautore del “compromesso storico” benché per nulla apprezzato alle Botteghe Oscure, come il dittico di “Novecento”.
Bertolucci è morto a 77 anni, logorato da un tumore aggravato da un mal riuscito intervento alla schiena che da tempo l’aveva portato su una sedia a rotelle, da lui ironicamente ribattezzata «la mia sedia elettrica». L’ultimo suo film, intimo e raccolto, girato nello studio di un amico artista a pochi metri da casa sua, in via della Lungara a Trastevere, si chiama “Io e te”, e risale al 2012, esattamente mezzo secolo dopo il suo esordio con “La commare secca”, del 1962.
In mezzo, escludendo il primo e l’ultimo, quattordici lungometraggi, non tutti di successo popolare, alcuni irrisolti o controversi, ma tutti all’insegna di un elegante tratto personale, a loro modo autobiografici, fitti di segnali psicoanalitici, anche quando parlavano di storie ed epoche lontane. Qualche titolo, tra quelli non citati ancora? “Il conformista”, “La strategia del ragno”, “La tragedia di un uomo ridicolo”, “L’assedio”, “The Dreamers”.
Cresciuto a poesia, melodramma e Nouvelle Vague, misurandosi con il padre Attilio e il fratello Giuseppe, Bertolucci è stato un cineasta sui generis. Parlava bene le lingue, aveva sposato una donna inglese, si muoveva in una cornice internazionale, sapeva amministrare con civetteria il carisma personale, gli piaceva rilasciare interviste ai giornali francesi nelle quali teorizzare che l’Italia “berlusconiana” non l’ispirava più (e per questo fu anche sfotticchiato dalla vecchia guardia della commedia italiana). Tuttavia restava fortemente legato alla sua terra, l’Emilia, a quel dialetto, a quelle campagne, a quei visi, oltre che al mondo “delle borgate” che aveva scoperto a Roma frequentando Pier Paolo Pasolini e i fratelli Citti.
Bertolucci è stato davvero, per usare un termine alla moda, “glocal”, sospeso tra Hollywood e Rigoletto, tra la swingin’ London e le fangose sponde del Tevere. Infatti il suo cinema oscilla tra estetismo aristocratico e romanzo popolare, sentimenti funerei e senso dell’epica, astruserie intellettuali e sequenze fulminanti. Insomma tra l’indigeribile “Partner” del 1968 e lo straordinario “Il conformista” del 1970. Non a caso proprio quest’ultimo, tratto dal romanzo di Moravia, rappresentò una sorta di svolta, nel senso ben chiarito da Bertolucci stesso: «Ho smesso di pensare che se un film piace alla gente deve essere per forza inquinato da fattori, diciamo, di prostituzione dell’anima».

Al regista, specie con l’età, piaceva sorprendere, spiazzare, e bisogna dire che la sua voce, così melodiosa e raffinata, ben si prestava. Qualcuno ricorderà forse un incontro pubblico alla Mostra del nuovo cinema di Pesaro, nel giugno 2011. Già prigioniero della sedia a rotelle, berretto da baseball e t-shirt col logo del festival allora diretto da Giovanni Spagnoletti, il regista settantenne se ne uscì all’improvviso con un: «Povero Craxi». S’alzò un mormorio nella sala. Appena pochi minuti prima il regista aveva spiegato che dopo “La tragedia di un uomo ridicolo”, del 1981, era entrato creativamente in crisi. «Questo Paese mi sembrava sempre più stretto, chiuso alle cose del cinema, dell’arte e della letteratura che mi piacevano. Bolliva già un senso di corruzione e malaffare che sarebbe esploso, un decennio più tardi, con Tangentopoli». Per questo, archiviato un film dal moraviano 1934 scritto con Ian McEwan, l’idea di andare in Cina per “L’ultimo imperatore” gli era apparsa «quasi come una liberazione, un modo per cambiare prospettiva, farmi entrare in testa altre storie».
Direte: che cosa c’entra Craxi? Bertolucci scandì con precisione: «L’Italia da cui volevo fuggire, in quel 1985, era proprio l’Italia di Craxi. Mentre eravamo già buon punto col progetto venimmo a sapere che la Cbs stava lavorando a una miniserie tv sullo stesso argomento. I cinesi prendevano tempo, non si decidevano. Così quando mi dissero che il premier cinese Zhao Ziyang sarebbe venuto in Italia per un visita ufficiale, beh, decisi di chiedere aiuto a Craxi. Perché convincesse Pechino a sostenere il nostro film. Lo fece. Sapete, tutti abbiamo i nostri segreti».
“L’ultimo imperatore” fu una marcia trionfale, a Bertolucci si aprirono di nuovo le porte dei grandi mercati internazionali, anche se poi, una decina di anni dopo, prendendo in contropiede alcuni dei suoi estimatori, girò in Italia un “piccolo” e ispirato film intitolato “L’assedio”, quasi tutto ambientato in un appartamento dalle parti di piazza di Spagna.
Se n’è riparlato proprio in questi giorni, a causa di una infelice frase detta da Pier Luigi Celli in fondo a un’intervista ad Antonello Piroso per “LaVerità. L’ex direttore generale di Raicinema s’è vantato infatti di aver bocciato, appena insediatosi al quinto piano di Viale Mazzini nel 1998, «un contratto da 5 miliardi di lire per un film di 90 minuti di Bernardo Bertolucci». Così ha detto, senza neppure citare intitolo del film, come se il talento andasse a metraggio.
“L’assedio” poi si fece, prodotto e distribuito da Medusa. Per ironia della sorte l’azienda dell’odiato Berlusconi, alla quale Bertolucci si rivolse di nuovo, quattro anni dopo, per farsi coprodurre e distribuire addirittura un film sul Sessantotto e il Maggio francese, di nuovo pieno di sventolanti bandiere rosse.

Michele Anselmi

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