UNA POLEMICA LONTANA: QUANDO VIRZÌ SCRISSE AL “RIFORMISTA” PER DIFENDERE BERTOLUCCI DAL MIO “SPREZZANTE DILEGGIO”

L’angolo di Michele Anselmi

Il 12 giugno del 2007 ricevetti una telefonata da Paolo Virzì con la quale il regista livornese, quella sera quasi afono per via di un intervento alle corde locali, mi spiegò che gli autori di cinema, tramite la sua penna, avevano deciso di replicare a un articolo da me scritto per “il Riformista”, quotidiano che oggi purtroppo non esiste più. Ritrovo quella replica, piuttosto puntuta ma ben scritta, riordinando i miei appunti su Bertolucci dopo la sua morte. In fondo alla lettera di Virzì, che fu pubblicata con evidenza in prima pagina dal direttore, riporto per completezza di informazione quanto avevo scritto il giorno prima, senza alcuna intenzione di “sprezzante dileggio”.
PS. “Il giornalaccio del partito azienda berlusconiano” di cui parla Virzì è ovviamente “il Giornale”, al quale ero approdato grazie a Maurizio Belpietro perché a sinistra nessuno, ma proprio nessuno, mi dava da lavorare.
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Paolo Virzì su “il Riformista” del 14 giugno 2007
Caro Michele Anselmi,
ti conosco da tanti anni e ho sempre apprezzato la tua tenace passione di cronista vecchio stile, che ama andare a guadagnarsi la pagnotta sudando sul campo: a volte ho letto nei tuoi articoli notizie sui miei film delle quali non ero ancora al corrente nemmeno io, e che si sono persino verificate, facendomi sospettare tu fossi un satanasso in contatto con stanze segrete o con sciamani, e non solo un infaticabile commovente rompicoglioni. E inoltre ti ho sempre riconosciuto una spiccata indipendenza di spirito e di pensiero, che sei riuscito a tener viva persino in certe tue tortuose avventure professionali, da “l’Unità” a quel giornalaccio del partito-azienda berlusconiano, dove te la cavi egregiamente, dando insomma l’impressione di riuscire a continuare a fare il tuo antico mestiere persino lì, in compagnia di qualche collega e di tanti killer in buona ed in cattiva fede.
Ma l’articolo col quale sul “Riformista” di mercoledì hai commentato l’intervento su “la Repubblica” di Bernardo Bertolucci, te lo dico di cuore, è la cosa più brutta che in tanti anni tu abbia mai scritto. Sento il bisogno di dirtelo perché fa proprio male, già dall’incipit sprezzante: “Bertolucci è preoccupato, nel suo ritiro di Trastevere”. E non solo perché si diverte a prendere in giro, con un sarcasmo che imbarazza, quello che, ti piaccia o no, è tra i viventi il regista italiano più apprezzato e conosciuto nel mondo, uno che in un Paese quasi normale – lasciamo stare la solita Francia, dove gli avrebbero dedicato, lui in vita, un Museo o un Boulevard, diciamo la Grecia o la Turchia – sarebbe uno dei motivi principali dell’orgoglio nazionale. Proviamo ad accettare l’ipotesi che qui da noi, essendo più impertinenti, siamo più liberi, ovvero disposti anche alla torta in faccia contro la gloria patria, se se la merita.
Cerchiamo insomma di capire cos’ha scritto Bertolucci per meritarsi il tuo sprezzante dileggio: si è rivolto ai politici per i quali ha votato appellandosi a dare rilievo primario alla parola cultura, ha detto una cosa bellissima a proposito della poesia, che nel lessico di questi anni sembra rappresentare il contrario delle cose cui è attribuito un valore, qualcosa insomma che equivale alla spazzatura. Ha confessato, con un dolore sincero e, permettimi, toccante, un sentimento di nostalgia per una stagione in cui politica, arte, cultura, popolo, sembravano un magico tutt’uno. Ed infine, soprattutto, ha espresso il proprio profondo disagio nell’assistere allo scempio che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, alla distruzione dell’identità culturale di una nazione, al dilagare, specie tra i giovani, di una sottocultura che porta all’assenza e all’infelicità. Poteva rimanersene tranquillo, nel suo ritiro di Trastevere, come lo chiami tu, a pensare ai suoi film, per realizzare i quali, lo sai benissimo, non ha certo bisogno di aiuti ministeriali. Ed invece Bernardo ha accettato la sollecitazione pressante ed affettuosa di tanti colleghi, molti dei quali più giovani, ad esporsi a nome di tutti, per lanciare un allarme che non riguarda solo il nostro cinema, ma la qualità della vita civile nell’Italia di questi anni.
Ma dico, caro Michele Anselmi, a te non fa soffrire la rassegnazione al peggio, a quel che ci viene proposto quotidianamente sui media? Non so se hai dei figli, dei nipoti, dei giovani amici, ma non ti spezza il cuore che l’unico modello proposto dalla sottocultura televisiva come vincente sia che non conta nulla studiare, impegnarsi, tanto l’unica cosa importante è avere culo e faccia tosta? Com’è possibile questo tuo scherno verso un artista di questa statura che lancia un grido di allarme che invece dovrebbe riguardare anche te, ovvero il modo in cui viene raccontato questo nostro Paese, da tutti, noi col cinema, altri con la televisione, tu e i tuoi colleghi con la carta stampata? Per sforzarti di fare dello spirito sei andato a scomodare Furio Scarpelli, ed uno dei personaggi di “C’eravamo tanto amati”, ma del tutto incongruamente: il cinismo ed il disprezzo di cui è imbevuto quel tuo ragionamento non c’entra proprio nulla con lo stile e con lo spirito compassionevole degli autori della Commedia Italiana. Ed infine, caro Michele, hai concluso il più brutto articolo della tua carriera con un vero e proprio colpo basso, sciocco e meschino.
Di fronte alla sacrosanta e vorrei dire ovvia richiesta di Stefano Rulli, espressa nell’incontro all’Ambra Jovinelli, che ad occupare gli incarichi di responsabilità che governano il nostro cinema non siano solo funzionari, burocrati, portaborse, ma anche personalità della cultura, artisti, intellettuali – così come succede in Inghilterra, dove sono i cineasti più prestigiosi che, a turno, annualmente, condividono la responsabilità di stabilire le opere da promuovere e da finanziare – hai insinuato che uno come lui possa essere a caccia di poltrone. Che cosa miserabile! Se per caso uno come Stefano Rulli, al quale, non ti sarà sfuggito, non manca certo un’occupazione piena, gratificante artisticamente ed anche economicamente ben retribuita, venisse convinto a compiere il sacrificio, per il bene di tutti, di sedere nel consiglio d’amministrazione di un organismo pubblico destinato al governo del cinema, ci sarebbe solo da ringraziarlo, erigendogli un monumento. Infatti purtroppo non succederà mai, non gli verrà mai proposto, e se mai gli venisse proposto, se l’Italia insomma fosse il mondo ideale che non è, sono sicuro che Stefano, e come lui farebbero altri colleghi davvero competenti, cercherebbe senz’altro di sottrarsi, per continuare a fare quel che ama fare e sa fare benissimo, scrivere storie per il cinema. Non ti sei accorto della stupidaggine astiosa che sei riuscito a scrivere, solo per il gusto di rovesciare ulteriore disprezzo su un altro dei nostri autori più dotati ed autorevoli?
Avevamo apprezzato in tanti il tuo intervento in risposta a Renato Brunetta, ed in quel caso il tono canzonatorio col quale ti eri rivolto a questo illustre economista che aveva sparato a vanvera sul cinema italiano, con argomenti infondati, scioccamente aggressivi, nutriti dall’ignoranza, dalla malafede, e forse anche da loschi motivi di lobby politico-industriale, ci era sembrato da applauso. Voglio sperare che questo tuo ultimo articolo, appunto il più brutto della tua carriera, sia solo una svista, il frutto di pensieracci acidi partoriti in una giornata storta. Se ho capito bene come sei fatto, sono sicuro che hai già voglia di chiedere scusa a Bertolucci, e a Rulli, e a tutti noi.

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Michele Anselmi su “il Riformista” del 12 giugno 2007
Bernardo Bertolucci è preoccupato. Dal suo ritiro di Trastevere ha spedito alla “Repubblica” una lettera che suona come un “j’accuse” nei confronti della sinistra di governo. Infatti è finita in prima pagina, lunedì, sotto il titolo polemico: “Cultura, la parola dimenticata dalla politica”. Ne è scaturito un seguito, affidato a Paolo D’Agostini, lesto a intervistare cineasti blasonati (Bellocchio, Luchetti, Rulli, Verdone, Rosi) per raccoglierne le opinioni in merito all’affondo bertolucciano, s’intende accolto dalla cine-intellighenzia come un evento raro. Il regista di “Ultimo tango a Parigi”, in effetti, poco si espone ai dibattiti e alla militanza attiva, sempre preso dai suoi progetti che faticano a decollare (forse un film sul grande musicista seicentesco Gesualdo da Venosa, forse un film sui tupamaros asserragliati dentro l’ambasciata giapponese a Lima).
Sul set di “The Dreamers”, quattro anni fa, Bertolucci fece un brutto sogno, così descritto a “Le Monde”: “Ho avuto un incubo. Che il Grande Comunicatore cominci ad essere accettato nel resto d’Europa, che la cecità che ha colpito l’Italia davanti a Berlusconi conquisti gli altri paesi”. Lui parla sempre per immagini, con quel morbido tono oracolare, tra il soave e il poetico, che è un po’ la sua cifra espressiva. Oggi però Berlusconi sta all’opposizione, tuttavia Bertolucci non è tranquillo: “Non ho mai sentito nei discorsi dei politici che mi preparavo a votare la parola cultura. Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo”. Sottocultura, centrali, infelicità inconsapevole…
Non suona come una gran novità teorica il discorso. Poi ci si ricorda che quelle parole – tali e quali – furono pronunciate il 7 maggio all’affollata assemblea dei “Centoautori”, dentro l’Ambra Jovinelli. A suo modo, un Bertolucci “reloaded”, con qualche minima variazione nell’incipit anti-berlusconiano, per ribadire il concetto: e cioè che “verso la metà degli anni Settanta (gli anni di Moro-Berlinguer) le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale”, insomma “gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando”. Uno stato di grazia, dunque, nel quale il regista di “Novecento”, preso a modello di un fruttuoso incontro “tra la cultura di questo Paese e la sua gente”, visse “come un topo nel formaggio”. Peccato che l’Italia berlusconiana di appena ieri o quella prodiana odierna non l’ispirino più. Sicché, rimpiangendo di quel film “l’utopia produttiva, la megalomania, l’estremismo delle sue contraddizioni”, Bertolucci confessa di aver rinunciato a girare il terzo atto della saga, semplicemente per onestà: perché “il clima culturale e politico era sfumato”.
Sarebbe divertente ascoltare, in proposito, le sapide ironie di un principe della sceneggiatura come Furio Scarpelli, uomo di sinistra almeno quanto Bertolucci. Come se l’Italia non fosse comunque, al di là di chi siede temporaneamente a Palazzo Chigi, un territorio da esplorare con i mezzi espressivi del cinema, per catturarne storie e umori, guasti e paradossi, infamie e mediocrità. Ma siccome Bertolucci è un poeta, lui guarda “più oltre”, un po’ come l’inquieto intellettuale cinefilo di “C’eravamo tanto amati”; quindi pensa “a un numero apparentemente sconsiderato di opere prime, un’infinità, una cavalcata di ricerca e sperimentazione di autori noti”. Non è ben chiaro con quali soldi finanziare questa pioggia di debutti, pare di capire lo Stato, come e più di prima. L’importante è “rompere un’estraneità che si ingigantisce ogni giorno di più e ci fa sentire come morti”. Morti?
Quel pomeriggio, all’Ambra Jovinelli, l’accorato messaggio letto da Bertolucci risultò il più applaudito dal folto pubblico amico, in un mix di cigli bagnati e orgoglio di casta (artistica). Eppure, al di là di un certo dolente autobiografismo con inevitabile evocazione pasoliniana (“Salò” atroce e sublime si potrebbe mai fare oggi?), ci si chiede se l’appello in questione non rispecchi solo uno stato d’animo, una forma di nostalgia verso un’età dell’oro difficilmente ricreabile. Perché sono cambiate tante cose: la politica non è più così centrale, invasiva della sfera personale; il cinema d’autore ha dovuto depurarsi di vezzi estetici e astrusità varie per recuperare un rapporto decente con il pubblico; la mobilitazione dei “Centoautori”, in sé positiva, rischia di incepparsi, per ingenuità, di fronte ai compromessi necessari a mettere a punto la nuova legge.
Del resto, Stefano Rulli, il più pratico del gruppo, l’ha spiegato bene, fuori di metafora. Riferendosi all’auspicata nascita di un organismo sul modello del francese Centro nazionale di cinematografia, chiede: “Quale sarà la sua struttura di potere? È prevista la nostra presenza? Chi indicherà i membri del consiglio d’amministrazione?”. Insomma: l’immaginazione al potere, ma non troppo, dateci pure le poltrone.

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