Il ’68 a Venezia. Cronaca di un tradimento

Per fortuna stanno per finire le celebrazioni del ’68. Come tutte le commemorazioni il rischio è la retorica. Infatti a seguire l’apoteosi dei ricordi di allora a volte sembra di sentire i reduci del Vietnam. Ho partecipato a qualche ricorrenza e mi ha stupito non vedere mai un giovane, ma solo attempati protagonisti del tempo che fu, alcuni ancora con i capelli lunghi, come quando si dimostrava inneggiando a Mao e Ho Chi Minh. Il secondo (il suo nome significa “portatore di luce”) è stato un combattente eroico, quanto al primo la storia ha sollevato parecchi dubbi. Oggi a guidare i giovani non ci sono maître à penser e neppure ideologie. Ho appena visto sfilare per le vie di Milano ragazzini delle scuole medie insieme ad alcune elementari, con tanto di tamburi gioiosi, alzando striscioni per avere una mensa decente. A riprova che già da piccoli oggi si lotta per cose concrete e non per utopie. Nelle varie rievocazioni non poteva mancare il cinema, che nel ’68 si è fatto notare soprattutto per aver occupato il festival di Venezia, che poi si tenne lo stesso in sordina, all’italiana. Di recente si è tenuto un incontro organizzato da Felice Laudadio, presidente del Centro sperimentale di Cinematografia, nonché direttore del Festival di Bari, forse la sola rassegna che ha fatto proprie le parole d’ordine di 50 anni fa, ovvero partecipazione, discussione, minimizzazione dei premi e del divismo hollywoodiano. L’incontro ha avuto il merito di radiografare cosa è stato il ’68 cinematografico, demistificandone l’aurea e riconoscendo i limiti. Avendo partecipato ai “moti” veneziani (avevo appena diretto il mio primo film, Escalation, proprio sulla contestazione giovanile ed ero stato coerente rifiutandomi di portarlo in concorso a Venezia), penso di essere in grado di parlare soprattutto degli errori, non tutti commessi in buona fede. Immagino che mi attirerò le ira di qualche partecipante di allora allergico alle critiche. Dirò subito che la mia opinione del ’68 è quella di un grande tradimento. Nato come movimento spontaneo di studenti, lentamente è degenerato, venendo presto assorbito dai partitini che poi si sono lasciati egemonizzare dai gruppi armati. Il cinema non è stato meno contradditorio. Per emulare i colleghi del festival di Cannes, i quali sull’onda del “joli mai” avevano occupato e impedito che si svolgesse la rassegna poco dopo essere iniziata, i cineasti italiani hanno pensato di dover fare altrettanto. Ma mentre in Francia non erano i politici a muoversi dietro le quinte, bensì autori del calibro di François Truffaut, Jean Luc Godard, Louis Malle… da noi è stato soprattutto il partito comunista a tenere le fila. Infatti si è subito palesata la vocazione al compromesso. Posso sbagliarmi, ma di registi arrivati a Venezia non in linea col Pci ne ho contati pochi. Di certo Pasolini, che pochi mesi prima aveva manifestato a Valle Giulia il proprio dissenso nei confronti del movimento studentesco. Era uno spirito troppo indipendente per sentire il giogo di un partito seppure tanto presente. E infatti fu forse il solo capace di esprimere una posizione autonoma. Lo ricordo come fosse oggi, visto che fui proprio io a metterlo in salvo su un motoscafo per sottrarlo ai fascisti che lo volevano linciare, accorsi al Lido per menar le mani. A differenza dei colleghi francesi i cineasti italiani diedero prova di subordinazione e incoerenza. Volevano impedire che si svolgesse il festival, ma lo lasciarono andare avanti, volevano che si dimettesse il direttore Luigi Chiarini, ma lo lasciarono al suo posto, volevano che gli autori italiani presenti in cartellone si ritirassero, ma poi lasciarono correre. Insomma “non fu una cosa seria”, come evidenzia il bel documentario Venezia 68, realizzato da Steve Della Casa e Antonello Sarno. Non sapevo che Giuseppe Laterza, capo della casa editrice, fosse nipote del povero Charini. L’ho ascoltato ricordare con lucidità i giorni del tormento del nonno. Tanto ingiustamente contestato e indotto a lasciare la direzione del festival appena terminato. Alla luce del senno di poi si dimostrò più libero di molti che vennero dopo. La beffa fu quando i registi più vicini al Pci, da Carlo Lizzani a Gillo Pontecorvo, nominati direttori, fecero esattamente il contrario di ciò per cui si erano battuti. Rimisero i film in competizione, riaccreditarono i vituperati premi, richiamarono in massa gli americani, riaprirono i saloni al divismo. Povero ’68, meglio che riposi in pace.

Roberto Faenza

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