AL CINEMA SUA MAESTÀ FREDDIE MERCURY, LA REGINA DEL ROCK. RESTA LA CURIOSITÀ: COME L’AVREBBE FATTO BARON COHEN?

L’angolo di Michele Anselmi 

Non s’è mai saputo bene perché l’inglese Sacha Baron Cohen, alla fine, si sia sfilato dal progetto di film su Freddie Mercury. “Divergenze creative” si disse. Tuttavia, anche fisicamente, sarebbe stato perfetto nel ruolo del mitico frontman dei Queen. Pù di Ben Whishaw, altro candidato preso in considerazione, o di Rami Malek, poi ingaggiato davvero per “Bohemian Rhapsody”, nelle sale da giovedì 29 novembre con 20th Century Fox.
Non che non sia bravo l’attore americano di origine egiziana, ma nel vedere il sontuoso biopic di Bryan Singer, forse stanco di girare ormai solo episodi della saga di “X-Men”, si ha la sensazione che a tratti qualcosa non torni proprio nella scelta del protagonista. Troppo mingherlino, basso di statura, poco imperioso, vistosamente truccato per farlo assomigliare a Mercury, con quei dentoni esagerati pure rispetto alle fotografie.
Nondimeno Malek s’è immerso anima e corpo nel ruolo di quell’icona rock, glamourous e perversa allo stesso tempo, facendone un Mercury, come bene ha scritto il critico musicale Gino Castaldo, “particolarmente tenero, ipersensibile, ottenebrato a volte dal suo fulgido narcisismo, perfino altruista, un eccentrico dandy schiavo del suo incontenibile talento”. Insomma, quasi un personaggio da melodramma.
Il titolo risulterà misterioso solo a chi non conosce la discografia dei Queen, il gruppo rock nato nel 1970 a Londra con l’ingresso appunto di quel giovane cantante di origine Parsi, nato a Zanzibar nel 1946, il cui nome suonava Farrokh Bulsara. Ci vollero cinque anni perché il quartetto, presto messo sotto contrato dalla Emi e subito impostosi nelle classifiche, decidesse di incidere quella canzone lunga sei minuti, fuori dalla standard radiofonici, costruita come una piccola rapsodia fitta di variazioni ritmiche e melodiche, di echi operistici. Appunto “Bohemian Rhapsody”. La leggenda narra che ci vollero tre settimane di registrazioni solo per quella, di cui una per le complesse parti vocali.
Grazie ad un deejay di Capital Radio, il brano si impose e la radio e di lì a poco, il 31 ottobre 1975, la riluttante etichetta discografica fu costretta a pubblicare il singolo, che vendette 150 mila copie solo in due settimane. Era il “biglietto da visita” dell’ambizioso album “A Night at the Opera”, che però fu generalmente stroncato dalla critica, come troppo pomposo e sperimentale.
Nell’arco di oltre due ore, il film di Singer rievoca naturalmente quell’episodio cruciale e altri ancora, scegliendo di chiudere con l’epica performance al concertone “Live Aid”, il 13 luglio 1985, ricostruita con maniacale attenzione ai dettagli, perfino i bicchieri sul pianoforte o il nastro adesivo verde sul microfono, pantografando le mosse sul palco e usando il suono originale per ricreare la magia. Nel film già colpito dall’Aids, ma nella realtà la diagnosi arrivò due anni dopo, Mercury governò la platea di Wembley come un vero sovrano, facendo di quell’esibizione uno struggente/potente canto del cigno (sarebbe morto nel 1991, custodito dall’affetto dell’amico e amante Jim Hutton).
Ne esce un film onesto, che si vede volentieri, infatti ha incassato fino ad ora più di 500 milioni di dollari, con i passaggi classici delle cine-biografie musicali. In questo caso: vocazione e prime esperienze; l’esplodere inatteso del successo; l’affiorare dell’omosessualità; la ricchezza, la droga e la promiscuità sessuale; le meschinità e i tradimenti dei manager; la solitudine figlia dell’arroganza; il pentimento e la riscoperta della “famiglia”, cioè dei Queen.
Le storie e le ambientazioni sono diverse, ma tornano suppergiù le dinamiche psicologiche di film come “The Doors” di Oliver Stone su Jim Morrison, “Love & Mercy” di Bill Pohlad su Brian Wilson, “Quando l’amore brucia l’anima” di James Mangold su Johnny Cash, solo per fare tre esempi tra i tanti. Un pizzico di agiografia ci sta, del resto la consulenza musicale è di Brian May, il chitarrista e animatore dei Queen: i quali vengono ritratti dal film come un gruppo di amici, pure un po’ ingenui e infantili, alle prese con un trionfo inatteso.
“Siamo quattro emarginati mal assortiti che suonano per degli emarginati” teorizza non a caso Mercury-Malek nell’incipit del film, quando i sudditi della Regina Rock ancora latitano e “We Are the Champions” è solo un traguardo lontano.

Michele Anselmi

(Nelle foto: il vero Freddie Mercury e Rami Malek nel film)

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