ATTENZIONE PREGO: “ROMA” DI CUARÓN SOLO IL 3, 4 e 5 DICEMBRE. CHI NON HA NETFLIX E PREFERISCE LA SALA NON PERDA TEMPO

L’angolo di Michele Anselmi

Può dispiacere, certo, ma così è: “Roma”, lo straordinario film del messicano Alfonso Cuarón che ha vinto il Leone d’oro a Venezia 2018, si vedrà in una sessantina di sale italiane solo il 3, 4 e 5 dicembre. Chi non è abbonato a Netflix non perda tempo, dunque, e scelga con una certa urgenza di andare a vederlo al cinema informandosi qui (http://bit.ly/ROMA_Cuarón_Sale), alla voce “guarda programmazione”.
Siccome la polemica su Netflix, i festival, gli esercenti e le “finestre” è ancora viva, direi bruciante, non mi va di riattizzarla: preferisco recuperare, con qualche integrazione, ciò che scrissi dal Lido qualche mese fa. Dove il film del regista messicano, sia pure ormai di casa a Hollywood, fu accolto con viva simpatia, e per fortuna nessuno ebbe da ridire sul massimo premio deciso dalla giuria presieduta dal connazionale Guillermo Del Toro. Leone d’oro indiscutibile, o perlomeno scarsamente opinabile, perché il nuovo film del regista di “Y tu mamá también – Anche tua madre” è di quelli che lasciano il segno. Per intensità emotiva, rigore di stile, sguardo allegorico, precisione antropologica, riflessione intima, composizione delle immagini, senso della minaccia. Fate voi.
Prodotto da Netflix, presente in gran forze alla Mostra veneziana, “Roma” custodisce una storia autobiografica. Il regista 57enne parla in buona misura di sé, trincerandosi dietro uno dei quattro bambini che all’inizio vediamo allegramente giocare in una casa della buona borghesia di Città del Messico, nel quartiere detto appunto “Roma”.
Siamo nel 1970, nei cinema furoreggiano “Tre uomini in fuga” e “Abbandonati nello spazio” (un omaggio a “Gravity”?), alla radio si ascoltano gare canore del tipo “Creedence contro Beatles”, nessuno immagina che di lì a poco, il 10 giugno dell’anno successivo, le squadracce paramilitari del governo spareranno sugli studenti che manifestano, nel cosiddetto “massacro del Corpus Christi”.
Ma in realtà anche in quella bella casa borghese piena di stanze qualcosa non va per il verso giusto. Il marito medico è quasi sempre fuori per qualche convegno internazionale, e presto scopriremo che ha un’amante; la moglie Sofia, esasperata e depressa, fa quel che può per non turbare la crescita dei quattro figli; e Cleo, una delle due domestiche di origine india, fattiva e amatissima dai ragazzi, si scopre incinta dopo essersi fatta abbindolare da un fanatico di arti marziali, pure fascistoide, che l’ha subito mollata per frequentare un campo di addestramento paramilitare.
Girato in spagnolo (temo un po’ il doppiaggio), dentro un bianco e nero di splendido nitore, molto espressivo, senza uso di musica che non sia diegetica, cioè proveniente dall’interno di una scena, “Roma” si propone, parola di Cuarón, pure sceneggiatore e direttore della fotografia, “come un’esplorazione della gerarchia sociale in Messico, un Paese in cui classe ed etnia sono state sempre intrecciate in maniera perversa”.
Il film, nell’arco di 135 minuti per nulla faticosi, sia pure con qualche insistita calligrafia di stile, rievoca due anni di vita di quella strana famiglia, lasciando affiorare strada facendo la profonda complicità che finirà col legare le due donne rimaste sole, così diverse per classe e provenienza e tuttavia decise a reagire al comportamento deprecabile dei rispettivi uomini.
Non saprei dire, a onor del vero, se suggestioni di Kantor e di Cechov, come ho letto, echeggino nella partitura scritta da Cuarón; ma sono invece certo che in “Roma” torni, sia pure nella differenza dei contesti, qualcosa del cinema di Ettore Scola, l’idea di cioè di evocare quel che accade là fuori, nella società, facendolo filtrare all’interno delle dinamiche familiari, in una sorta di osmosi continua. Avrete capito che un’aura di minaccia costante grava su quella casa, a partire dalla prima sequenza, costruita con una certa insistenza sull’acqua insaponata gettata su un pavimento esterno per ripulirlo dalle continue deiezioni canine; e tralascio, per non rovinare la sorpresa del pubblico, di suggerire tutto il tragico che verrà.
Yalizia Aparicio e Marina de Tavira incarnano le due donne, la “sguattera” e la borghese, e quasi non ti accorgi che stiano recitando per quanto risultano naturali, fresche, vere. A pensarci bene, un altro merito del cineasta.

Michele Anselmi

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