“IL TESTIMONE INVISIBILE” BLUFFA O BARA? DIPENDE DAI GUSTI. MORDINI RICOPIA UN NOIR SPAGNOLO TRA AVIDITÀ E VENDETTA

L’angolo di Michele Anselmi 

La domanda è semplice: “Il testimone invisibile” bluffa o bara? Il distinguo non suoni sciocco, perché i polizieschi col finalone a effetto sono un classico del cinema di tensione/deduzione. In fondo, sia pure con risultati ben più alti, anche “I soliti sospetti” barava parecchio, benché desse allo spettatore la sensazione di poter ricostruire il tutto, pezzo per pezzo, alla luce della rivelazione tra clamorosa e beffarda.
Nel caso del nuovo film di Stefano Mordini, ricalcato fedelmente sullo spagnolo “Contrattempo” di Oriol Paulo (lo si può vedere su Netflix), c’è in più un suggerimento, forse di troppo in tutte le lingue, che consiste nel fare interpretare a una stessa attrice due personaggi cruciali della vicenda, magari pensando che non ci si faccia granché caso. Non è così.
“Il mio compito è salvarla dalla galera, non da se stessao: così scandisce la gelida e famosa penalista Virginia Ferrara, esperta nel preparare i testi, al giovane industriale Adriano Doria accusato di aver ucciso la sua amante Laura durante un weekend in un fantastico hotel in cima alle Dolomiti. Doria, ora agli arresti domiciliari, si professa innocente, sostiene di essere stato “incastrato”, nega tutto recisamente, temendo anche di veder sfumare un affare milionario coi giapponesi; l’avvocata, capelli bianchi e look ultra-professionale, non vuole perdere la sua ultima causa, ma sa che la sfida è impegnativa; infatti comunica al suo cliente che il procuratore sta per interrogare un misterioso testimone deciso a vuotare il sacco sull’intera vicenda. Ci sono tre ore di tempo per riordinare le idee, far coincidere le versioni e mettere a fuoco una vincente linea di difesa. Partendo dai “dettagli” che sono importanti, anche quando sembrano inessenziali.
Ambientato tra i panorami del Trentino e i grattacieli di Milano, “Il testimone invisibile”, nelle sale da giovedì 13 dicembre con Warner Bros, si propone come una serrata partita scacchi tra i due, l’esperta e il sospettato, il tutto all’insegna di una frase fortemente simbolica che sentiamo echeggiare: “Non c’è salvezza senza sofferenza”. E intanto, in chiave di flashback, assistiamo allo srotolarsi dei fatti precedenti che hanno portato a quel punto morto, spesso non coincidenti o in aperta contraddizione.
Bisogna dire, senza rivelare troppo, che la morte di Laura, fotografa di grido e amante dello sposatissimo Adriano, in realtà nasconde un altro possibile omicidio, frutto di una giravolta malefica del destino.
Fotografia verdastra/bluastra, musica allarmante, rumori enfatizzati, oggetti ritornanti, maniglie scomparse, personaggi spesso in penombra, nessuno dei quali particolarmente simpatico, tutti custodi di un qualche segreto inconfessabile, perché la matassa è ingarbugliata e l’avidità si mischia alla vendetta e al cinismo secondo tortuosi percorsi.
Se il “contrattempo” del titolo originale spagnolo ha una valenza multipla, nel remake italiano l’evocazione del “testimone invisibile” serve a Mordini per intorbidire le acque secondo i canoni del “thriller dell’anima” e scandire, pure mostrando le lancette del cronometro, il cammino verso la verità (in buona misura intuibile con un certo anticipo).
Un pizzico di Patricia Highsmith e qualcosa del “Capitale umano” nobilitano a tratti la messa in scena, che naturalmente procede per spiazzamenti continui e paroloni sulla natura umana, in questo assecondata dalla prova onesta degli interpreti principali. Che sono Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Maria Paiato e Fabrizio Bentivoglio, rispettivamente il sospettato, la morta, la penalista e il padre.

Michele Anselmi

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