“7 UOMINI A MOLLO” (PERÒ SONO 8): IL NUOTO FA BENE A NATALE. STORIA BUFFA ALLA “FULL MONTY” CON GOCCE DI VITA AGRA

L’angolo di Michele Anselmi 

In realtà i “7 uomini a mollo” sono 8, con l’aggiunta del cruciale “pilone” che ogni compagine di nuoto sincronizzato maschile deve scegliere con cura: per forza muscolare e resistenza in apnea. Infatti il titolo francese recita, più correttamente, “La Grand Bain”. Ma sono inezie. Perché il film scritto e diretto di Gilles Lellouche, altrove anche attore spumeggiante, è di quelli che mettono il buon umore, partendo da un dato paradossale, senza per questo rinunciare a raccontare miserie e sofferenze della vita agra, specie quando essa sembra perdere di senso.
Naturalmente vedendo “7 uomini a mollo” viene da pensare al britannico “Full Monty”, quasi un capostipite del genere, ma anche all’americano “Palle al balzo” o al nostro “La mossa del pinguino”. Lo spogliarello maschile o sport rari come il dodgeball e il curling sono solo pretesti, spesso buffi, per portare sul grande schermo apparenti sfigati che ritrovano, nello spirito di gruppo e nella disciplina, la forza di redimersi, di sentirsi di nuovo liberi.
Capita anche qui. Siamo in una Francia di provincia, all’ombra delle montagne, dove il poco più che quarantenne Bertrand, azzerato da una depressione che gli impedisce anche di lavorare, decide di sottrarsi a quella sorta di “oscurità trasparente” che lo logora entrando a far parte di un piccola squadra amatoriale di nuoto sincronizzato maschile.
“Roba da froci” irride qualcuno; ma l’ometto in bicicletta, sposato con una moglie che lo ama e ridottosi a vendere divani orribili per tirare avanti, trova invece in quello sport deriso un antidoto all’irresolutezza.
Non che gli altri stiano meglio: ci sono un rocker capellone che non ha mai sfondato e vive in un camper, un manager nevrotico in guerra con la madre aggressiva, un venditore di piscine a un passo dal fallimento, un timido impiegato della piscina comunale ancora vergine… Per non dire dell’allenatrice: una bionda e sensuale ex atleta che frequenta “gli alcolisti anonimi” e legge ai suoi le poesie di Rilke.
Il prologo teorizza che “un quadrato non entrerà mai in un cerchio e viceversa”. Ma, avrete capito, tutto il film è costruito in modo da smentire quell’assunto. Infatti, prova dopo prova, allenamento dopo allenamento, la massa muscolare si rinforza, anche la coesione di gruppo: non resta che partire per la Norvegia, decisi a farsi valere, per se stessi e per la Francia, nei Campionati mondiali di nuoto sincronizzato maschile.
“7 uomini a mollo” è un film riuscito, perché intreccia spasso e malinconia, pure qualche affondo politicamente scorretto, come di solito noi italiani non sappiamo fare. Lellouche estrae il meglio da attori e attrici, quasi una nazionale di cinema francese, facendo in modo che nessuno emerga sugli altri e tutti concorrano al buon fine dell’impresa: da Mathieu Amalric a Guillaume Canet, da Benoît Poelvoorde a Jean-Hughes Anglade, da Virginie Efira e Leïla Bekthi, solo per dirne alcuni.
Il tono della ballata è survoltato, spesso comico o farsesco, tra omaggi alle acrobazie acquatiche di Esther Williams e brani dei Tears for Fears, ma il fattore umano è ritagliato con cura, con sguardo pietoso e sarcastico insieme, in modo da non addolcire troppo la pillola, proprio come succedeva nel forse insuperabile “Full Monty”.

Michele Anselmi

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