ASSAYAS TORNA A UN CINEMA PIÙ FRESCO, IRONICO E DI PAROLA. “IL GIOCO DELLE COPPIE” TRA AMORI SCOPPIATI E LIBRI DIGITALI

L’angolo di Michele Anselmi

Il titolo originale suona “Doubles vies”, ma per l’uscita italiana (oggi 27 dicembre in alcune città, più capillarmente dal 3 gennaio) I Wonder Pictures ha preferito il più malizioso “Il gioco delle coppie”, che però rischia di promettere troppo, quindi, alla fine dei conti, di deludere un po’. Purtroppo il cinema d’autore non se la sta passando troppo bene sul piano degli incassi in queste festività di fine anno, e sì che sono usciti film di notevole qualità e interesse: da “Cold War” e “La donna elettrica”, passando per “Capri-Revolution” e “Old Man & the Gun”. Temo, insomma, che il piccolo make-up servirà a poco nel caso di “Doubles vies”, peraltro passato in concorso all’ultima Mostra di Venezia.
E pensare che dopo la micidiale doppietta (micidiale per me) “Sils Maria” e “Personal Shopper”, il 63enne regista francese Olivier Assayas è tornato a un cinema più fresco e meno artificioso, all’insegna di una chiacchiera sofisticata e leggera, vagamente alla Rohmer, nella quale far precipitare le vite abbastanza “doppie” dei suoi personaggi. Luce naturale, assenza quasi totale di musica, un’ironia ben temperata che assorbe la pioggia di citazioni colte, un’atmosfera da “ronde” sentimentale nell’epoca della rivoluzione digitale e degli algoritmi al potere.
L’editore parigino Guillaume Canet respinge il nuovo manoscritto del romanziere a pezzi Vincent Macaigne, trovandolo noioso e ripetitivo nel rievocare vicissitudini sessuali di piglio autobiografico. Non sa, l’editore, che la moglie Juliette Binoche, attrice di serie tv poliziesche di successo, da sei anni lo tradisce proprio con lo scrittore; e d’altro canto anche l’editore si sta dando da fare con una bella ragazza bisessuale appena assunta perché si occupi dello sviluppo digitale dell’azienda.
Assayas conduce con tono frizzante la partitura, lasciando che la colta logorrea dei personaggi, tutti benestanti, “chic”, brillanti, un po’ narcisi, con grandi case grondanti libri e disordine, si stemperi in una malinconica riflessione sulla natura dell’amore, senza per questo rinunciare ad affondi comici o da commedia upper-class.
Vengono evocati, anche per sorriderne un po’ in tono birichino, “Il nastro bianco” di Michael Haneke e “Luci d’inverno” di Ingmar Bergman, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa ed “Estinzione” di Thomas Bernhard; e alla fine il tono leggero, da riflessione maliziosa sugli affanni emotivi/professionali prodotti dalla new-economy sull’editoria cartacea, vince sull’intellettualismo programmatico chiudendo il film su un’immagine di quieto ottimismo. Da vedere, vincendo magari qualche ritrosia iniziale.

DALLE NOTE DI REGIA DI ASSAYAS. «Il nostro mondo è in continuo cambiamento, è sempre stato così. La questione è la nostra capacità di tenere d’occhio tale flusso, di capire che cosa è veramente in gioco e poi di adattarci o meno. Dopo tutto, questo è il senso della politica e dell’opinione pubblica. La digitalizzazione del nostro mondo e la sua riduzione ad algoritmi è il vettore moderno di un cambiamento che ci confonde e ci travolge inesorabilmente. Questo film cerca di osservare, a volte in modo divertente, le domande che assillano ciascuno di noi».

Michele Anselmi

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