WILLEM DAFOE, FORSE IL MIGLIOR VAN GOGH MAI VISTO AL CINEMA. MA JULIAN SCHNABEL PARLA DI LUI CON L’ARIA DI PARLARE DI SÉ

L’angolo di Michele Anselmi

Mi sbaglierò, ma in “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità” l’eclettico e impigiamato Julian Schnabel prende in prestito la vita del pittore maledetto per parlare in buona misura di sé. E quindi dei dilemmi legati alla natura dell’arte, al rapporto con Dio, alla forza della pittura, alla rottura degli schemi, alla solitudine dei geni, ai contorni della follia. Non che sia un brutto film. Nei suoi 111 minuti, non tutti necessari e a tratti un po’ noiosetti, esprime almeno un punto di vista preciso, custodisce qualche sequenza di notevole effetto; e bisogna riconoscere che Willem Dafoe, premiato alla Mostra di Venezia con la Coppa Volpi, è uno dei migliori Van Gogh che siano visto finora sul grande schermo, fisicamente più credibile di Kirk Douglas e Tim Roth, di Jacques Dutronc e Martin Scorsese, solo per citarne quattro tra i tanti. Suona strano, però, che parli inglese, almeno nella versione originale, e tutti i francesi gli rispondono senza battere ciglio nella stessa lingua, dalle locandiere ai poliziotti.
“Quando guardo un paesaggio piatto vedo l’eternità” sospira il grande olandese in una delle prime scene. Sceso ad Arles, nel sud della Francia, in cerca di sole e luce dopo tanta nebbia, il pittore fatica a integrarsi nel paesino. Viene visto come un eccentrico, diciamo pure un “matto”, e quando si mozza con un rasoio l’orecchio sinistro, forse per richiamare l’attenzione dell’amico Paul Gauguin, finisce pure nel manicomio di Saint Rémy.
“Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità”, che esce in Italia con Lucky Red oggi giovedì 3 gennaio, non è una biografia classica. Schnabel lo conoscete: un po’ inventa e un po’ divaga, pedinando nervosamente l’inquieto pittore, descritto con pipa, cappellone di paglia e cavalletto in spalla, mentre, errabondo, se ne va in cerca dei suoi girasoli, all’inizio piuttosto appassiti. “Sono circondato da uno spirito funesto” confessa Van Gogh, e certo, annunciato da cupe note di pianoforte, il destino non gli sarà amico: muore il 29 luglio 1890 a soli 37 anni, ucciso da un colpo di pistola all’addome, nel buen retiro di Auvers-sur-Oise. Suicidio, si disse; ma in realtà Schnabel sposa la tesi dell’omicidio colposo, perpetrato da due ragazzi armati, uno dei quali vestito da Buffalo Bill.
Il film, sfidando le regole del cinema biografico, mostra l’estro febbricitante del grande pittore nell’atto di creare le celebri tele, “con gesto netto”, nervoso, nell’addensarsi quasi materico dei colori. Il giallo prediletto e liberatorio risalta, sullo schermo, nel confronto con le tinte livide dei corpi e delle stanze, quasi a ribadire la forza universale di una visione “fondamentalmente ottimista” della vita e dell’arte. Figlio di un pastore protestante, Van Gogh cerca nell’osservazione della natura una sorta di illuminazione divina, anche se il prete che lo interroga in manicomio (la sequenza più riuscita) non riesce proprio a capire la bellezza della sua pittura.
Fitto di partecipazioni illustri, da Oscar Isaac a Mads Mikkelsen, da Emmanuelle Seigner a Mathieu Amalric, il film riaccende un faro sulla vita e l’opera di un artista che tutti crediamo di conoscere. Fresco è il successo, nelle sale italiane, del film d’animazione “Loving Vincent” e del documentario “Van Gogh – Tra il grano e il cielo”; e a teatro, pochi mesi fa, Alessandro Preziosi ha portato in scena gli anni del manicomio con “Vincent Van Gogh. L’odore assodante del bianco”. A quanto pare la “vangoghite” è meravigliosamente contagiosa.

Michele Anselmi

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