“VICE. L’UOMO NELL’OMBRA”, UNA SATIRA CHE TENDE ALLA NOIA (DAVVERO TUTTI I MALI DEL MONDO VENGONO DA DICK CHENEY?)

L’angolo di Michele Anselmi 

Sarà pure, come ha scritto su “Rolling Stone” David Fear, “un film gonzo e fuori di testa” (per “gonzo” bisogna intendere estremo, geniale, personale, fatto di citazioni, sarcasmo, humour, esagerazioni e iperboli). E tuttavia a me “Vice. L’uomo nell’ombra” sembra tedioso e cervellotico esattamente quanto il precedente film di Adam McKay, il molto apprezzato “La grande scommessa”. Il regista e sceneggiatore, con lunga esperienza al “Saturday Night Live”, nasce come uomo di satira, e tale resta anche quando il suo sguardo tende al cupo, diciamo pure all’apocalittico beffardo; perché il senso ultimo del suo film, nelle sale dal 3 gennaio con Eagle Pictures, è che buona parte dei mali del mondo vengono da Dick Cheney, che fu per otto anni vicepresidente di George W. Bush.
È appunto Richard Bruce Cheney, per tutti Dick, nato in Nebraska nel 1941 e cresciuto nel Wyoming, il potentissimo uomo nell’ombra che McKay, prodotto da Brad Pitt, racconta nell’arco di 130 minuti, in un andirivieni temporale che parte dall’attacco dell’11 Settembre del 2001 e subito immerge lo spettatore nel 1963, all’epoca della giovinezza scapestrata e alcolica del futuro vice-capo della Casa Bianca.
“Questa è una storia vera, o perlomeno quanto di più simile alla verità” recita una scritta prima dei titoli di testa, anch’essa sorniona, perché ironizza subito dopo sulla “discrezione” dell’uomo. Che poi significa lavorare dietro le quinte, apparire il minimo necessario, attaccare quando tutti riposano e sovvertire silenziosamente alcuni principî della Costituzione americana.
Naturalmente “Vice. L’uomo nell’ombra” deve molto se non tutto alla prova di Christian Bale, uno di quegli attori che amano trasformarsi sullo schermo senza badare troppo alla salute, come tanti illustri predecessori: venti chili in più per avvicinarsi alla stazza del vero Cheney, più protesi, calotte, parrucche, eccetera, in modo da seppellirsi sotto il trucco, un po’ come Gary Oldman in “L’ora più buia”.
Solo che Dick Cheney non è Winston Churchill, è un puro prodotto “all american”, un politico venuto dal cuore repubblicano degli Stati Uniti con una sola idea in testa: “Il piano è andarci a prendere la Casa Bianca”. Se la prese, dopo aver fatto il deputato del Wyoming, il collaboratore di Nixon, il capo di gabinetto con Ford, di nuovo il deputato semplice del Wyoming, il sottosegretario alla Difesa con Bush padre, l’amministratore delegato e presidente della compagnia petrolifera Halliburton, infine, appunto, il vice di Bush figlio. Il suo “miracolo politico”, quella vicepresidenza, perché trasformò un ruolo di rappresentanza in un formidabile concentrato di potere politico, legislativo e militare, superando in cinismo i suoi collaboratori più stretti: da Donald Rumsfeld a Paul Wolfowitz, da Karl Rove a Louis “Scooter” Libby, per non dire degli asserviti Condoleezza Rice e Colin Powell.
Il film è una lunga cavalcata, anche frenetica e spiazzante, perché il punto di vista varia continuamente: ora è quello di un giovane americano della middle-class che finirà col fornire un cuore utile alla bisogna, ora è quello della fedele e pugnace moglie Lynne, ora quello del regista stesso, il quale si diverte a introdurre elementi di meta-cinema, in modo da rilanciare continuamente su un versante tra il buffo e l’allegorico con qualche spiritosaggine di troppo.
Per dire: a metà film compaiono dei finti titoli di coda interrotti da uno squillo di telefono, i Cheney parlando a letto in versi shakespeariani tratti da “Macbeth”, un maître elenca torture e scappatoie legali come se fossero il menù di un ristorante, dopo i veri titoli di coda ci si chiede se tutto quanto abbiamo visto sia il punto di vista di un film liberal o la verità… Nella macedonia di McKay c’è posto anche per un giovane Donald Trump in fotografia, per il rapimento milanese dell’iman Abu Omar, per lo scandalo dell’uranio nigeriano con relativo dispetto alla Cia, per la nascita dell’Isis, per i quattro infarti di Cheney fino al trapianto, per la figlia lesbica, eccetera. A tratti sembra un film di Michael Moore senza Michael Moore; a tratti, come suggerisce Davide Turrini, si pensa al “Caimano” di Nanni Moretti, anche se la posta in gioco – il governo del mondo – non è rapportabile ai maneggi nell’Italia tardocraxiana.
Si esce da “Vice. L’uomo nell’ombra” vagamente storditi, anche annoiati, forse un po’ temendo che le cose siano andate davvero così (almeno in parte). Però gli attori sono intonati al clima generale da tragica “opera dei pupi”: di Bale, che fa il diabolico Cheney, s’è detto; Amy Adams è la moglie-suggeritrice; Sam Rockwell un Bush maldestro, Steve Carell un Rumsfeld tracotante, più partecipazioni illustri (appare nel mucchio anche Naomi Watts).

Michele Anselmi

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